Tra precariato e flessibilità

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Troppe volte siamo testimoni di eventi che accadono e ci giriamo dall’altra parte come nulla fosse. Eppure questa volta no. Ciò a cui ho assistito mi ha colpito profondamente. Entrato in una agenzia immobiliare, in attesa del mio turno, un ragazzo sulla trentina era a colloquio per poter avviare una pratica d’affitto per un immobile, per sé e la propria compagna, un immobile umile che avrebbe però consentito loro di creare quell’autonomia ed agognata indipendenza che la nostra generazione tanto brama. Entrambi posseggono un regolare contratto a tempo determinato, figlio della attuale riforma del lavoro, ma per l’agenzia non basta. Sebbene il contratto in loro possesso fosse di cinque anni ed il contratto d’affitto dell’immobile a scadenza biennale la richiesta è stata la seguente: “C’è bisogno di un garante, i vostri contratti non assicurano gli standard di cui necessitiamo.”. Nonostante il ragazzo avesse più volte insistito assicurando della stabilità dei loro contratti quinquennali, nonostante avesse più volte sostenuto di avere eventuali risparmi per qualsiasi necessità la risposta è stata un secco no. Non avendo alcuno che potesse fungere da garante il ragazzo è uscito da quella stanza afflitto.

Non ho resistito dall’avvicinarmi e parlarne con lui, scoprendo un’amarezza profonda e toccante. “Ci definiscono mammoni, ma poi non ci lasciano nemmeno prendere in affitto un monolocale.”. E come dargli torto? Partendo proprio da questa piccola e raccapricciante storia, il nostro pensiero immediatamente vola all’attuale mercato del lavoro, alle nuove regole. Sebbene il numero di posti di lavoro sia aumentato, la qualità sembra essere diminuita, sempre più contratti a tempo determinato con le famose “tutele crescenti”. Non son qui di certo a voler condannare in toto un approccio al lavoro più flessibile e rigido, d’altronde in tanti paesi del mondo questo approccio sembra funzionare. La domanda, però, sorge spontanea: “E’ l’Italia un paese pronto per questo modello del mercato del lavoro?”. In diversi paesi del mondo questo approccio ha favorito una grande mobilità nei settori lavorativi, una grande flessibilità e continuo ricambio, assicurando sempre alti standard di formazione e di qualità del lavoro stesso. Anche laddove funziona, però, i difetti emergono, mettendo in luce come a beneficiarne siano per lo più i lavoratori altamente qualificati. Tornando però nel nostro amato paese, la situazione sembra essere decisamente più complicata del previsto. Al fronte di riforme atte a modificare l’attuale mercato del lavoro, introducendo in modo sempre più corposo i principi della mobilità, del ricambio, della flessibilità, nulla è stato fatto a favore di ciò che circonda la vita dei lavoratori. In un paese come l’Italia dove il rischio e l’instabilità non costituiscono uno stimolo a rinnovarsi e rimettersi in gioco, ma addirittura in certe fasi della vita, una vera e propria esclusione dal mercato lavorativo, siglato con un freddo licenziamento, si aggiunge un sistema decisamente compassato, bloccato, totalmente rigido. Un mercato flessibile esige un sistema flessibile. Se pensiamo alla vicenda da me menzionata all’inizio, capiamo l’ossimoro che in Italia stiamo vivendo. Fette di popolazione giovanile vengono immesse nel mondo lavorativo con contratti a tempo determinato, con tutele crescenti ed a rischio licenziamento che non hanno possibilità di accedere alle più basilari forme di indipendenza. Se il rischio del licenziamento può essere accettato dal giovane lavoratore, in ottica di ricambio e rimessa in gioco, ciò non è minimamente contemplato da ciò che lo circonda (mutui, affitti etc.). Come, però, si può ottenere una solidità economica in termini quantitativi, qualitativi e nel tempo se il mercato del lavoro si è dirottato nella direzione opposta? Il lavoratore, prima di essere tale, è un uomo con le proprie esigenze di vita, con le proprie prospettive ed aspettative. L’aspetto flessibile, se applicato al solo mondo del lavoro, genera mostri, genera instabilità, nessuna possibilità di crescita personale, nessuna indipendenza dal tetto familiare. Sebbene l’economia globalizzata e le grandi multinazionali facciano pressioni con una concorrenza sul prezzo del lavoro sfrenata( e non solo), è importante porsi in modo critico verso questa sfida. Copiare, in linea teorica e/o pratica, un modello solo perché costituisce la nuova frontiera del sistema lavoro, sottolinea una grande miopia nel saper leggere le dinamiche interne ed esterne al nostro paese. Quanti chef hanno tentato di copiare il sistema di cucina italiano? Tanti. Quanti ci son riusciti? Assai pochi. Semplicemente perché non basta riprodurre fedelmente un qualcosa per averne l’esatta copia funzionante. Le variabili in gioco sono tante e cambiano da paese a paese. Se, ad esempio, volessimo importare il modello siderurgico tedesco in Italia, qualsiasi economista ci taccerebbe di follia, perché le condizioni strutturali che sussistono in Germania non possono essere riprodotte nel nostro Paese. Egualmente reputo che questa riflessione debba essere fatta sul mondo del lavoro. E’ chiaro che la flessibilità debba essere applicata in tutti i settori affinché riesca ad attecchire e funzionare al meglio, di contro continueremmo a trovarci in una situazione continua e persistente di precariato infinito senza alcuna prospettiva futura di successo. Ad un sistema di lavoro flessibile e mobile deve susseguire un sistema di affitti, vendite, mutui e prestiti  della stessa natura e sappiamo benissimo che attualmente il sistema bancario italiano è ben lontano da questa visione. Ben lontano dal voler stigmatizzare questa politica sul lavoro che può avere lati positivi e potenzialità, dobbiamo interrogarci su quanti, in effetti, ne siano pervenuti sino ad oggi. E’ una politica fresca, ancora “immatura” e che necessita di uno sviluppo su uno spazio di tempo decisamente maggiore, ma qualora permanesse su questa via risulterebbe un fallimento totale, condannando i giovani lavoratori italiani dell’oggi e del domani ad un precariato controproducente ed umiliante.  

MAURIZIO TROIANO 

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