L’ITALIA TRA IUS SOLI, SBARCHI E PENSIONI

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Lo Ius Soli cambierà il volto dell’Italia? Come gestire l’emergenza degli sbarchi? Perché andiamo in pensione sempre più tardi?

Su tutti questi argomenti,  Andrea Marrocchesi ha intervistato il professor Gustavo de Santis, ordinario di demografia presso l’Università di Firenze, nonché membro del think tank di studi demografici e statistici “Neodemos”. Ringraziamo il professor De Santis per l’interesse verso il nostro progetto.

Professor De Santis, ultimamente in Italia si parla moltissimo dello “Ius Soli”.

Quali sono le potenziali ripercussioni, di breve e lungo termine, a livello demografico, politico e culturale per l’Italia?

“Riguardo alla demografia in quanto tale, essa subirebbe cambiamenti minimi: si stima in (massimo) 800.000 il numero di individui che acquisirebbero la cittadinanza italiana nei prossimi anni. Ritengo che le eventuali conseguenze sarebbero positive per la vita di questi ragazzi, che migliorerà, attraverso cose piccole: borse di studio, gite scolastiche all’estero. Cose piccole che hanno però importanza nella vita dei singoli. “

“Per lo scenario politico nel suo complesso, le conseguenze  si vedrebbero al massimo alle prossime elezioni, da parte sia dei sostenitori che dei detrattori di questa legge che si accuserebbero a vicenda. Passata la prima ondata elettiva, la cosa verrebbe digerita: non stiamo infatti rivoluzionando niente, ma solo anticipando i tempi, avvicinandoci alla media europea: siamo infatti il 3°  paese in Europa dove è più difficile ottenere la cittadinanza. ”

“Per le conseguenze di lungo termine sulla composizione dell’elettorato, esse sono difficili da prevedere; è tuttavia probabile che questi “nuovi italiani”, specialmente i più giovani, si disinteresseranno della partecipazione politica.  Se andassero a votare, è necessario tener presente che gli stranieri sono molto più conservatori degli italiani, soprattutto per la visione della famiglia, il ruolo della donna e l’importanza della religione. Inoltre, è fondamentale ricordare che i recenti immigrati sono i più ostili agli ultimi immigrati, che vedono come una minaccia per la sicurezza del loro lavoro. Paradossalmente, la sinistra che tifa per gli immigrati sta facendo quasi un favore alla destra che osteggia lo Ius Soli.”

Guardando il panorama europeo, si nota che, a differenza di Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi, l’Italia sta ancora vivendo il periodo tra 1° e 2° generazione di immigrati, quando questi paesi sono già alla 2° o 3° generazione.

Come si può affrontare questo ritardo, a fronte di un possibile cambiamento come quello dello Ius Soli?

“È  indubbiamente vero che in Italia siamo indietro a livello di strutture e mentalità, ma questo ritardo è fisiologico in quanto ancora non abbiamo avuto il problema delle “Seconde Generazioni”, a differenza dei paesi citati. Questo problema però sta emergendo, come evidenziato dalla concessione della cittadinanza, pensata appunto per queste generazioni.”

“Pensiamo per esempio al settore scolastico: il rendimento dei figli degli immigrati è indubbiamente peggiore dei nostri figli , come è risaputo. Questo li porta inevitabilmente a uscire prematuramente dall’ambiente scolastico, a frequentare istituti professionali,  a svolgere lavori marginali e ad essere in difficoltà all’interno del mercato del lavoro. Una barriera notevole è costituita dalla lingua, che inevitabilmente penalizza i figli degli immigrati. Il modo migliore per affrontare questo problema, anche se non ci sono formule magiche, è quello di partire dai banchi di scuola.”

Passiamo alla questione degli sbarchi: Lei che evoluzione prevede per l’andamento degli arrivi sulle coste italiane?

“Dunque, il fenomeno degli sbarchi è legati da due pressioni principali. La prima è quella del “migrante economico”, persone che si muovono per le necessità basiche della sopravvivenza: questa è una spinta di lungo periodo, che ritengo proseguirà per i prossimi 30 anni circa. A questo problema dobbiamo ovviamente far fronte, ma non possiamo scordarci le grandi difficoltà  della demografia italiana. Abbiamo infatti bisogno di un certo rimpiazzo, in quanto stiamo perdendo giovani  a causa di una bassissima fecondità e della “fuga di cervelli” all’estero. Questa spinta ritengo sia destinata a durare molto a lungo e all’Italia farà comodo”.                                                               ” La seconda tipologia degli sbarchi è quella più instabile, cioè quella legata agli eventi catastrofici: crollo di regimi, siccità, terremoti, inondazioni. L’Italia in questo senso non è fortunata: infatti ,la vicinanza a regioni caratterizzate dalla presenza di regimi instabili, come l’Africa e il Medio Oriente, rendono il nostro paese uno Stato potenzialmente a rischio.”

Riguardo ai problemi demografici italiani: i dati dell’Istat per il 2016 indicano un saldo naturale negativo per gli italiani di 200.000 unità ma positivo per gli stranieri per 60.000 unità.

Come mai gli italiani non fanno più figli?

Siamo davvero il paese più vecchio d’Europa?

“Siamo indubbiamente uno dei paesi più vecchi d’Europa, e ci stiamo avviando a detenere questo triste primato. Non siamo però un’eccezione: la Spagna, la Germania e la Grecia stanno facendo come noi, l’Europa dell’Est forse anche peggio. La Francia per il bacino mediterraneo e gli Stati  scandinavi rappresentano delle eccezioni per il Vecchio Continente: questi paesi hanno dei tassi di fertilità molto più alti dei nostri e l’invecchiamento è molto più rallentato.”                                                                                              “Le ragioni dell’invecchiamento sono essenzialmente due, seppur diffuse eterogeneamente a livello mondiale: da una parte la speranza di vita è più alta, e questa è una buona cosa, d’altro canto facciamo meno figli. C’è tuttavia un valore ideale da rispettare, che è quello di 2 figli per donna, un numero sufficiente perché una donna possa sostituire se stessa e suo marito; numeri più bassi indicano un’accelerazione dell’invecchiamento. Attualmente, il tasso di fertilità italiano è di 1,4 figli per donna, e quindi l’invecchiamento è  molto più marcato. A ciò si legano una moltitudine di altre problematiche: disoccupazione giovanile e quindi fuga dei giovani all’estero, crisi degli alloggi, il ruolo della donna nella società e nel mondo del lavoro: quest’ultimo elemento può essere quello che più di ogni altro spiega perché in Italia facciamo pochi figli.”

Rischiamo di fare la fine del Giappone?

“Riguardo a questo punto, si possono trovare molte similitudini con la situazione nostrana: forte crescita demografica in passato, alta longevità( in Giappone oltre ¼ della popolazione ha oltre 65 anni) e bassa natalità. A differenza del Giappone,  tuttavia, noi italiani possiamo contare sui flussi migratori in entrata di cui il Sol Levante è essenzialmente privo. Inoltre , la popolazione giapponese è più che doppia rispetto a quella italiana, e la loro densità abitativa è molto più accentuata: inoltre ,la situazione orografica del Giappone è molto peggiore di quella italiana. Dunque, seppur ci sia il rischio di finire come il Giappone, l’Italia ha delle risorse che consentono di far sperare meglio.”

“Per quanto riguarda l’incentivazione delle nascite, guardando al modello nordeuropeo inevitabilmente l’idea va ad un rafforzamento del sistema di welfare, per permettere alle donne sia di procreare sia di restare sul mercato di lavoro, aumentando magari il numero di asili nido pro-capite. Inevitabilmente, ciò ci porta ad un bivio, ovvero alla necessità di impiegare meglio le risorse destinante alla previdenza sociale: spendiamo infatti tantissimo per le pensioni e per l’assistenza sanitaria agli anziani. Più che aumentare la spesa complessiva, è necessario redistribuire quella attuale, destinando maggiori risorse ai giovani.”

Un’ultima domanda: recentemente è stato decretato l’aumento automatico dell’età pensionabile a 67 anni nel 2019. L’Italia, a livello di età legale, è il paese in Europa dove si va in pensione più tardi.

Per Lei è una scelta obbligata o si tratta di una misura troppo drastica?

Su questo fronte mi rendo conto di essere molto impopolare. Ritengo che l’età pensionabile vada innalzata a 67 anni, anche se il sistema pensionistico andrebbe riformato sotto altri aspetti. Siccome viviamo più a lungo, i costi pro-capite aumentano per tutti? Inevitabilmente, qualcuno dovrà lavorare più a lungo per sostenere certi costi. È dunque impensabile pensare di vivere più a lungo e lavorare meno. Purtroppo, con l’applicazione per decenni del sistema pensionistico retributivo abbiamo creato uno scompenso che si avverte ancora oggi e che continuerà a farsi sentire. La transizione verso un sistema contributivo ha lenito solo parzialmente queste problematiche, in quanto esso è privo di criteri retroattivi. Purtroppo, anche per il ruolo dei sindacati, l’opposizione in questo senso è molto forte, specialmente per i diritti acquisiti e per il gioco redistributivo. Infatti, ogni euro che devo dare a Tizio lo devo togliere dalla tasca di Caio; si parla sempre di Tizio che non riceverà l’euro in più, ma  non si parla mai di Caio che deve pagare.”

 
ANDREA MARROCCHESI

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