#Top&Flop: Renzi il Sol Calante

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Matteo Renzi da Firenze, classe 1975, è stato nell’immaginario comune (e lo è ancora per molti) l’uomo della Provvidenza per la politica italiana. La sua ascesa è stata fulminante, forte, d’impatto. E’ impossibile dimenticare la sua scalata a Segretario del Partito Democratico, le parole famose “stai sereno” al Presidente Letta, così come le tante promesse fatte in qualità di Presidente del Consiglio. Il titolo di Flop, però, veste bene addosso a questo oramai non più giovane di belle speranze. Perché purtroppo di sole belle speranze egli si è fatto portavocee spesso senza poi tramutarle in azioni concrete. Ed anche quando queste soluzioni sfioravano il concreto, i cittadini non sembravano ritrovarsi in esse, mostrando ampie forme di dissenso nei suoi confronti. La visione “rottamatrice” di cui si faceva promotore e primo sostenitore all’inizio aveva coinvolto soprattutto i giovani, stanchi di doversi continuamente confrontare con una classe politica e dirigenziale occupata ormai da veterani, senza alcuno spazio di manovra per lo spirito innovatore e genuino della gioventù galoppante. La visione “rottamatrice” è piaciuta, forse un po’ meno a coloro che invece la poltrona non volevano abbandonarla ed a quei “vetusti” virtuosi che credono fortemente nel valore aggiunto dell’esperienza. La grande amicizia con Obama, Presidente degli USA assai amato in Italia soprattutto dal popolo di centrosinistra, lo aveva proiettato in un mondo che ben faceva sperare, non solo i supporter del PD, ma il popolo italiano intero che, dopo anni di anonimato nel post-Berlusconi, credevano in un’Italia rilanciata come protagonista nella scena internazionale. Alla luce della sua figura, del suo modo di essere spavaldo, irriverente, duro, l’elettore aveva seriamente creduto che l’Italia potesse aver trovato un leader finalmente capace, di carattere, di polso. Come al solito, però, il tempo è galantuomo. Il tempo svela le sue carte e risponde con efficacia ed eleganza a chi chiede risposte. Le memorabili parole: “batteremo i pugni sul tavolo in Europa” costituirono una delle prime promesse infrante dal “bomba”. Nonostante le solide prese di posizione annunciate nelle conferenze a Palazzo Chigi, ben poche di esse furono mantenute ed ancor meno furono portate avanti. Della maggiore flessibilità dell’UE sull’Italia non ne abbiamo minimamente traccia, così come della politica migratoria e del lancio della missione Triton (che andò a sostituire “Mare Nostrum”). Gli esempi, però, potrebbero essere tanti, citarli tutti sarebbe eccessivo ed addirittura superfluo. La decadenza Renziana, infatti, si può sostanziare in pochi punti, emblematici, della sua azione politica: il tradimento del Patto del Nazareno, caso Banca Etruria, il Referendum Costituzionale del 4 Dicembre ed il Jobs Act. Il Patto del Nazareno viene stipulato tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, con l’intento di gettare una base comune su cui riformare il titolo V della Costituzione. Nonostante gli intenti fossero questi, il Segretario del PD ben poco mantenne del patto, fino a stracciarlo al momento delle Riforme. La Riforma della legge elettorale e della Costituzione, infatti, nascono figlie del pensiero di un leader, della sua maggioranza personale. Alcuni potrebbero sostenere che non vi è nulla di male, ma il male insorge quando non si ha una maggioranza tale da assecondare le proprie voglie personali e quando si tratta della Costituzione, i cui processi di modifica furono pensati per avere il più ampio sostegno possibile. La rielezione del Presidente Napolitano, soprannominato poi “Re Giorgio”, fautore dei successi renziani e le amicizie con Denis Verdini, poi, non hanno portato giovamento al suo gradimento. Il caso di Banca Etruria che vedeva coinvolto il padre dell’allora ministra Maria Elena Boschi ed i contatti con personaggi del lato sommerso della politica italiana, hanno gettato ombre sull’integrità politica e sull’onestà dei personaggi coinvolti, minando la credibilità dunque anche del Presidente Renzi. L’intransigenza con cui ha difeso la cara amica “Maria Elena”, poi, si è ripresentata anche nella strenua difesa dei contenuti referendari. Atipica ed inusuale, infatti, fu la proposta referendaria fatta dal governo guidato da Matteo, unicum nella storia della Repubblicana Italiana. Mai prima di allora, infatti, un governo si era fatto promotore di una riforma costituzionale, se consideriamo anche la portata della riforma stessa che avrebbe dovuto modificare più di 40 articoli della nostra amata Costituzione. La campagna mediatica per il referendum fu forte, profonda e continua. Nonostante ciò, però, l’esito fu netto e questo lo conosciamo tutti. Il Presidente Renzi fu sconfitto con un risultato importante. Il 60% degli elettori si espresse contro, di fronte ad una affluenza che in termini percentuali si è dimostrata alta (65,5 %). La sonora sconfitta portò alle dimissioni del Presidente del Consiglio che, se in un primo momento aveva puntato molto sulla sua figura per ottenere voti, forse sovrastimando il gradimento verso la sua persona e verso il governo, è finito per andare incontro ad un suicidio già preventivato. La potenza dialettica, aggressiva e decisa, che ha accompagnato sempre la sua retorica, ancor più nella campagna referendaria, nulla ha potuto contro i franchi tiratori all’interno del suo partito, tanto meno contro gli altri partiti che hanno beneficiato dell’insoddisfazione popolare per affondare il governo. Il “No”, infatti, era un fronte variegato e molteplice, con spiriti, anime ed idee diverse, accomunate da un unico elemento di base: eliminare politicamente Renzi e far cadere il Governo. Il fronte interno al PD e D’Alema, entrambi opposti all’ala renziana, insoddisfatti e silurati dal loro stesso Segretario, son stati capaci di lavorare ai fianchi e di sfaldare anche la compattezza internamerce assai rara. Il Cesarismo renziano, per quanto affascinante, aveva però tentato di far fuori politicamente le persone sbagliate. Bisogna sapersi scegliere i nemici, prima ancora degli amici, ed il nostro caro Matteo, questo insegnamento, lo ha capito a sue spese e forse troppo tardi. Il referendum è stato una Caporetto, per quanto i filo renziani si ostinino ancora oggi a pensarla in senso contrario. La retromarcia fatta da Renzi e le sue dimissioni hanno sorpreso tutti, portando di fatto ad un nuovo governo, animato però da vecchi strascichi, tra cui Maria Elena Boschi, l’Amadia ed Alfano, per fare qualche nome. Ultimo e non meno importante fallimento del nostro amato fiorentino consiste nel Jobs Act e nell’abolizione dell’Articolo 18. La nuova concezione del mondo del lavoro portata avanti da Renzi, sostenuta da una buona fetta di Industriali a lui fedeli, ha trovato non poche opposizioni nel mondo dei lavoratori. Se, infatti, il Governo si è fatto promotore di un “lavoro liquido”, mutevole, dinamico e meno sicuro, i lavoratori invece rimangono saldamente legati al concetto di lavoro stabile, così come tutto l’assetto economico che li circonda. E chiunque taccia i lavoratori di conservatorismo, probabilmente, non conosce minimamente il mercato del lavoro italiano. L’importazione di un modello simile, che bene ha portato in numerose realtà, ben poco si confà al mercato italiano dove la mobilità è pura utopia, un miraggio, una visione nel deserto. Licenziare un operaio 50enne vuol dire condannarlo ad una fine terribile e molto dolorosa, di chi sa di essere ormai troppo vecchio per rientrare nei giochi del mercato lavorativo. In virtù di queste chiavi di lettura e dell’erosione netta dei diritti del lavoro, i lavoratori si sono ribellati, raccogliendo numerose firme per abolire questa nuova legge e tutte le forme di sfruttamento che essa comprendeva (non dimentichiamoci la delicata questione dei voucher)Renzi continua a darsi vanto dei suoi giorni da Premier, giorni di cui però ben poco oggi è rimasto. Il Referendum Costituzionale è stato un clamoroso flop, le trattative con l’Europa e la gestione dei migranti, anche alla luce di indiscrezioni fuoriuscite successivamente, sono state pressappoco fallimentari, così come le normative sul lavoro. Il Referendum sui voucher è stato evitato con una manovra a dir poco serpentina, con l’abolizione di urgenza dello strumento di pagamento. Insomma, un’altra Caporetto è stata evitata solo grazie ad un intervento repentino del legislatore. L’aumento di posti di lavoro, però, c’è stato ed i dati ne danno conferma. La disoccupazione sta riducendosi, così come quella giovanile. La riduzione, però, oltre ad essere data dall’aumento di persone che hanno smesso di cercare lavoro (i famosi NEET) è figlia dell’aumento di posti di lavoro a tempo determinato, con una minima crescita di quelli a tempo indeterminato. Le misure, per quanto possano aver creato e prodotto nuovi posti di lavoro, propongono spesso realtà di breve termine e con tutele decisamente ridotte rispetto a quelle passateMatteo ha grandi qualità, come comunicatore e come politico, ma senza dubbio l’inizio della sua carriera in politica nazionale non è stata delle migliori. Ad oggi si occupa del suo partito, del Partito Democratico, ma l’impostazione personalistica non sembra essere cambiata, al fronte dei numerosi errori del passato. Scissioni e fuoriuscite sono all’ordine del giorno, con un numero sempre maggiore di competitors pronti a sfidarlo da qualsiasi parte politica. E come se non bastasse la famosa frase del “aiutamoli a casa loro” non sembra esser gradita nemmeno ai suoi elettori. Proporre ora una soluzione del genere al fronte delle misure adottate in passato, oltre ad essere incoerente, non risulta nemmeno credibile. Se una proposta simile, infatti, è figlia della retorica di Matteo Salvini, imitarlo non sembra essere una trovata credibile. Alle copie, infatti, le persone scelgono l’originale. Tra amici sbagliati e nemici inferociti, la vita politica nazionale di Renzi pare sia finita rapidamente così come è iniziata. Ciò non esclude che in futuro egli possa tornare in campo, addirittura con più esperienza e con un metodo dialogico/retorico diverso. Ad ora, però, il titolo di “flop”, di traditore delle promesse fatte, da giocarsi ad interim con alcuni tra i suoi alleati e avversarsi, chiunque in Italia glielo attribuirebbe volentieri. Lo scaricare i propri fallimenti e le proprie mancanze, per quanto possa essere in parte giustificatopresto fa venir meno quel senso di rispetto, integrità e responsabilità che in politica viene sempre richiesto, soprattutto dai cittadini ed elettori. La questione “Consip”, poi, non sembra aver rafforzato la sua figura, ma anzi pare averla indebolita ulteriormente.  Nella vita politica, l’errore è dietro l’angolo, sbagliare è umano, ma dinanzi ad un uomo di belle speranze, l’aspettativa tradita brucia più del solito. Ad oggi, quindi, rientra tra i “flop” ed il titolo di “Sol calante” non può che essere azzeccato. E per quanto l’iniziativa di attraversare l’Italia in treno e dimostrare quindi vicinanza ai cittadini possa sembrare una buona mossa propagandistica, l’accoglienza presso le stazioni ferroviarie non sono poi così nutrite di affetto. Calante? Forse. Barcollante? Certamente. 

MAURIZIO TROIANO 

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