#Top&Flop: THERESA “MAY” HAVE SOME PROBLEMS

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Il Primo Ministro del Regno Unito Theresa May ad Aprile ha sciolto le Camere con tre anni di anticipo e ha indetto nuove elezioni per l’8 Giugno. Si credeva forte perchè i sondaggi pre-elezioni gli davano ragione e la vedevano in grande vantaggio (quasi 20 punti percentuali) sui laburisti guidati da Jeremy Corbyn. Eppure l’esito del voto alle urne quel giorno lì le si è ritorto contro come un boomerang: ebbene sì, perché voleva accrescere la sua popolarità, il suo potere e i suoi seggi e invece, ha visto tutti questi ridursi. La popolarità è scesa, il potere si è ridimensionato proprio perché i seggi, che erano 330, sono diventati 318 e non sono sufficienti per garantirgli una maggioranza. Una situazione questa che ha portato in Gran Bretagna ad un parlamento in fase di stallo in cui nessuno ha la maggioranza assoluta, hung parliament in gergo. Proprio a quella maggioranza assoluta aspirava la May perché gli sarebbe servita per rafforzare il governo in vista dei negoziati Brexit con l’Unione Europea; non esisteva niente meglio un forte mandato popolare diretto. Proprio quella Brexit che, post dimissioni di Cameron, l’aveva portata ad essere la nuova inquilina di Downing Street. 

Theresa Mary Brasier, coniugata May perché sposata con Philip May, manager di investimenti, nasce il 1° Ottobre 1956 nella città costiera di Eastbourne nel sud dell’Inghilterra. Studia geografia a Oxford e conosce il futuro marito Philip durante una festa dei Giovani Conservatori. A presentarglielo pare che fu una compagna di università che anch’essa avrebbe poi fatto carriera: Benazir Bhutto, futuro Primo Ministro del Pakistan. Il primo impiego della May fu alla Banca d’Inghilterra. La prima nomina a deputato invece nel 1997, nelle elezioni che mandarono al potere Tony Blair. Ha inoltre ricoperto diverse cariche negli shadow  cabinets (governi ombra) di opposizione ed è stata Presidente del Partito Conservatore dal 2002 al 2003. È stata inoltre Segretaria di Stato per gli affari interni dal 2010 fino alla nomina a Primo Ministro e membro della Camera dei Comuni per il collegio elettorale di Maidenhead dal 1997, anno della sua creazione. Dal 13 Luglio 2016 è, come detto, Primo Ministro del Regno Unito, secondo volto femminile dopo “The Iron Lady” Margaret Thatcher; una carica che continua a mantenere nonostante il clamoroso flop alle scorse elezioni. Difficile rintracciare la causa esatta di questa dèbacle, certo non hanno sicuramente aiutato i due attacchi terroristici di Londra e quello al concerto di Ariana Grande a Manchester. E se sei una che in carriera è stata anche Ministro dell’Interno per anni appari inevitabilmente corresponsabile dell’impreparazione che le forze di sicurezza britanniche hanno dimostrato in tali eventi. Diciamo poi che, quantomeno, non è neanche riuscita a trasformare la sensibilizzata opinione pubblica in voti utili alle urne. Ma in una “sconfitta” (in realtà le elezioni le ha vinte, anche se non come e nelle misure che sperava) c’è sempre da riconoscere anche i meriti all’avversario; il tignoso Jeremy Corbyn ed il suo programma tutto welfare, spesa pubblica ed abolizione delle tasse universitarie si è rivelato per lui una mossa azzeccata dal momento che il socialista di Chippenham (piccola contea nel Wiltshire) ha preso moltissimi voti dai giovani oltre che, evidentemente, da tutti i conservatori scontenti e delusi. Quel che è certo è che il fallimento della May ha rianimato gli oppositori della “Brexit”, o almeno, della “Hard Brexit” in tutti gli schieramenti politici. È proprio la cosiddetta “Hard Brexit” imboccata da Theresa May che è ora accantonata, alla luce dei risultati elettorali e della debolezza della stessa premier il cui futuro appare quanto mai incerto. 

La Gran Bretagna è ora caratterizzata infatti da importanti divisioni interne alla classe dirigente attorno alla futura direzione da dare al paese in un momento storico segnato da incertezze e tensioni crescenti a livello internazionale. Ma la May, seppur sollecita da Corbyn, non si è dimessa. La Regina, il 9 Giugno, gli ha concesso di formare un governo-lampo e lei si è alleata con gli Unionisti Nordirlandesi (DUP) in modo tale da riuscire, con l’appoggio di questo piccolo partito, a governare ancora. Nella nuova lista dei ministri la May ha confermato poi in blocco David Davis come segretario di Stato per la Brexit, Boris Johnson agli Esteri, Philip Hammond al Tesoro, Amber Rudd all’Interno e Michael Fallon alla Difesa per tornare alla ribalta e completare la stessa “missione Brexit”. 

Ora però il Regno Unito è bloccato e manca un leader forte per risolvere la questione la cui risoluzione sta via via continuando a slittare di giorno in giorno. Addirittura ad oggi i sondaggi danno Theresa May decisamente molto meno popolare di Jeremy Corbyn e, mentre un terzo degli elettori conservatori spera che il partito cambi leader al più presto, c’è anche circa il 70% dei britannici che spera di non rivederla candidata alle prossime elezioni nelle quali la stessa May ha detto in tempi non sospetti di voler partecipare. Ma a quanto pare Theresa non è una che si dà per vinta e continua a sostenere che riguardo alla Brexit, “la sfida più grande che l’attende”, non è cambiato niente. Continueranno infatti ad essere ignorate le richieste di una “Soft Brexit” o di una permanenza della Gran Bretagna nel Mercato Comune (modello Norvegia o Svizzera). Addirittura il governo Tory britannico si sta preparando concretamente all’ipotesi “ultima”, mettendo sul tavolo fin d’ora idee per un ipotetico divorzio dall’UE senza accordo e senza dover attendere i due anni minimi sanciti dall’art.50 del Trattato sull’Unione Europea. Un atteggiamento che i suoi critici giudicano come il rifiuto di accettare l’evidenza dei fatti. La leader britannica avrebbe inoltre chiesto recentemente ai colleghi europei maggiore disponibilità per risolvere l’impasse venendo addirittura accusata da Nigel Farage (sì, proprio lui) di “chiedere l’elemosina a Bruxelles”. 
Tempi duri perciò per un Regno Unito intrappolato dal suo stesso maggioritario bipolare incapace di stabilire una forza in grado di risolvere ufficialmente il quesito referendario del 23 Giugno scorso e negoziare con Bruxelles la tanto invocata e maledetta uscita dall’Unione Europea. Di nuovo, la vita di centinaia di migliaia di persone, lavoratori, aziende ed imprese dipende da interessi e calcoli politici. Una cosa è certa: il divorzio tra UE e Regno Unito, che già non è mai sembrato né semplice né veloce, ora alla luce del clamoroso flop alle elezioni dell’8 Giugno, per la May e per il paese intero, rischia di diventare infinitamente lungo.  

NICCOLO’ BELLUGI 

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