IL MITO DEL CALIFFATO. LE RADICI INDIANE DELL’ISIS

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Nel seguente articolo riportiamo una nostra recensione del libro “Il mito del Califfato. Le radici indiane dell’Isis”, scritto da Giovanni Bensi e pubblicato dalla Sandro Teti Editore. L’autore, scomparso a marzo del 2016, è stato un esperto di questioni politico-religiose nella realtà sovietica e post-sovietica dell’Asia centrale, specialmente riguardo all’Islam, nonché corrispondente di Radio Svoboda, emittente in lingua russa finanziata dagli Usa. Noi ragazzi di Spazio Politico vorremmo inoltre ringraziare la Sandro Teti Editore per averci offerto l’opportunità di questa collaborazione.

Da alcuni anni, con cadenza ormai quotidiana, l’ Occidente è stato più volte ferito dagli attentati (e più generalmente dei terribili crimini) commessi dallo Stato Islamico, detto anche Isis in inglese o Daesh in lingua araba. Questa organizzazione terroristica, nata ufficialmente nel 2014, è riuscita nel giro di pochi anni a scalzare addirittura la famosa Al Qaeda di Bin Laden come principale organizzazione jihadista globale: infatti, l’Isis non si è limitato a svolgere sanguinosi attentati in città occidentali, ma è riuscito a creare un “proto-Stato” tra l’Iraq e la Siria, arrivando ad assoggettare milioni di persone alla propria follia omicida ed iconoclasta. Nonostante negli ultimi mesi il sedicente Califfato islamico abbia subito pesanti sconfitte ed il suo collasso come organizzazione territoriale pare ormai prossimo, la sua ascesa pone inevitabilmente delle domande: da dove è nato l’Isis? Come nasce l’idea del Califfato Islamico? E più generalmente: siamo davvero sicuri che l’estremismo islamico, non solo quello dell’Isis, sia nato in Medio Oriente?                         L’opera postuma di Bensi si occupa proprio di questi interrogativi, in particolar modo dell’ultimo, utilizzando una prospettiva diversa da quella alla quale siamo abituati per cercare di rispondere ad essi.

Il libro, circa 200 pagine, oltre ad iniziare con una descrizione del modus operandi dell’Isis, offre una vasta ed esaustiva analisi dell’Islam nelle regioni del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, dalla Turchia fino alle porte dell’India, in un periodo che va grossomodo dagli Anni 60 del XX secolo  fino ai giorni nostri. A ciò vengono aggiunti interessanti cenni della storia dell’Islam, specialmente quelli relativi alla siyar, la parte della legge sacra islamica ( la sharia)che si occupa di regolare i rapporti con altre nazioni. A questo, sempre a livello di storia e cultura islamica, si aggiunge anche un intero capitolo dedicato alle Confraternite islamiche ( tariqah). Queste confraternite, sorte tra il XII ed il XIV secolo, erano caratterizzate da una rigida gerarchia interna, con al vertice un Maestro, e si erano sviluppate dalla spinta della ricerca del misticismo (o sufismo), tipico della cultura islamica.  Si sono diffuse in maniera significativa in numerosi paesi, in particolar modo in Afghanistan, arrivando ad essere istituzioni sociali rilevanti specialmente nelle aree rurali.  

Ed è proprio l’Afghanistan ( a dir la verità, senza troppe sorprese)  il paese a cui viene data una notevole rilevanza nel libro di Bensi , per una serie di ovvi motivi storici e politici: il suo passato comunista negli Anni ’70 ,  la sanguinosa invasione sovietica del decennio successivo,  l’ avvento dei talebani al potere a partire dal 1996( e l’ospitalità fornita a Bin Laden ed Al Qaeda), fino alla caduta a seguito dell’invasione internazionale nell’ottobre 2001 e la successiva guerra che, a fasi alterne, si protrae fino ai giorni nostri. Inevitabilmente, leggendo il capitolo del libro dedicato al “Cimitero degli Imperi”, come è soprannominata questa terra, viene da pensare che sia stato l’Afghanistan il paese dove il jihadismo islamico ha trovato un humus particolarmente fertile per il suo sviluppo e la sua diffusione globale: in fondo Al Qaeda ed i talebani sono nati lì, no?

Ma è proprio qui che il libro di Bensi spiazza il lettore, dimostrandosi un manoscritto di reale interesse anche perché diverso ed “alternativo” rispetto alla stragrande maggioranza della produzione letteraria in materia. Infatti, secondo Bensi, l’idea di  jihadismo ,o comunque di “Stato Islamico”, non è nata in Afghanistan o in Medio Oriente. Ebbene sì: secondo l’autore scomparso, le origini del califfato, come suggerito dal titolo del libro, vanno cercate verso Est rispetto all’Afghanistan

È infatti nel subcontinente indiano che Bensi colloca “l’inizio” del tutto. Questo inizio ha anche un nome ed un’identità precisa:  si tratta del teologo e politico musulmano Sayyd Abu l-A’la Maududi( 1903-1979). Benchè questo nome sia virtualmente sconosciuto in Occidente, Maududi è considerato all’interno dei paesi islamici come uno degli autori di maggior rilevanza del XX secolo. Nato in India e morto a Buffalo negli Usa, Maududi ha svolto le sue attività politiche e religiose prevalentemente nel vicino Pakistan, dove ha gettato le basi per lo sviluppo di un’idea di islam “regionale”. A lui si deve, a tal proposito, la fondazione  del partito politico Jamaat-e- Islami nel 1941 nell’allora India britannica, poi spostatosi nel Pakistan dopo la fondazione di quest’ultimo nel 1947. Si un partito politico sorto con l’obiettivo di trasformare il Pakistan in una vera e propria teocrazia, governata dai dettami della sharia.

Più generalmente, si può affermare che Maududi sviluppò l’idea di uno Stato Islamico dove ogni aspetto della vita singola e collettiva (economico, culturale, politico) è plasmato seguendo i dettami dell’Islam. Questa concezione statuale è articolata in una triade di elementi: il califfato( khalifa) ,la profezia(risala), e l’unicità di Dio( tawhid). Riguardo ai confronti  con i modelli democratici occidentali, Maududi riteneva quest’ultimi come inconciliabili rispetto alla democrazia islamica, a causa della separazione tra Stato e Chiesa insita nelle democrazie occidentali. Oltre a ciò, se a seguito della Rivoluzione Francese in Occidente si è avviato un processo di costituzionalizzazione per delegare la sovranità al popolo, nello Stato Islamico immaginato da Maududi la sovranità spetta a Dio. L’uomo infatti non è padrone del suo destino, in quanto esso è già stato pianificato dal Creatore: ciò dà l’idea di quanto fosse totalizzante l’aspetto religioso nello Stato immaginato da questo teologo-politico. Come già detto, questa islamizzazione non si limita alla sfera politica e culturale, ma anche economica: Maududi infatti teorizzò un programma economico “misto” tra il sistema socialista e quello capitalista, programma che secondo Maududi avrebbe incarnato gli aspetti positivi di entrambi, con un’esazione fiscale ( e qui entra in gioco l’aspetto teologico) basata sulle tasse islamiche come la zakat.

Nonostante una fervida attività politica e letterale, Maududi non vide mai la sua idea di Stato Islamico concretizzarsi. Ma indubbiamente l’eredità che ha lasciato ha contribuito ad influenzare uno dei personaggi sinonimici del Male in età recente: Osama Bin Laden. È stato infatti questo milionario saudita, fin da giovane impegnato contro i sovietici in Afghanistan, a resuscitare il “mito” del Califfato sognato da Maududi, giocando sulla nostaglia di una visione dell’Islam tanto radicale quanto potente all’interno del mondo musulmano. Lo stesso Bin Laden, il 7 ottobre 2001, data dell’inizio della missione internazionale in Afghanistan, affermò che gli attentati del World Trade Center avevano “vendicato quell’umiliazione e quel disprezzo che la nostra comunità ha subito da oltre 80 anni” , cioè dopo la fine dell’Impero Ottomano: curiosamente, proprio oggi la Turchia, sorta dalle ceneri di quell’impero plurisecolare, sotto la  guida da Erdogan si sta delineando come un paese sempre più distante dal sogno laico di Ataturk. A livello di collocazione geografica dell’Islam, questo testo poi ci porta in territori ben poco conosciuti per la penetrazione jihadista, specialmente nelle ex repubbliche sovietiche in Asia centrale, territori che Giovanni Bensi ha visitato ed osservato in prima persona. Uno di questi esempi è lo“ Stato Islamico dell’Emirato del Caucaso”,  entità statale non riconosciuta sorta a fine 2006 nei territori della Cecenia, teatro di sanguinosi conflitti nella seconda metà degli Anni 90.

Questo viaggio spazio-temporale, che ci ha portato dall’Afghanistan al Pakistan, dall’India alla Cecenia, dalla metà del secolo scorso fino ai giorni nostri, pare esaurirsi nei territori del Levante, più precisamente in Iraq ed in Siria, dove si è appunto sviluppato l’Isis. Giovanni Bensi ci ha lasciato nel marzo del 2016, e non ha quindi avuto occasione di vedere il rapido disfacimento territoriale che sta subendo lo Stato Islamico. Ma ha saputo intuire, con lucidità, intelligenza e lungimiranza, che l’aspirazione a ristabilire un Califfato, sull’onda lunga dell’umiliazione per la fine dell’Impero Ottomano, è la più forte “nostalgia” insita nel mondo e nella cultura musulmana. Una nostalgia che si nutre, si autoalimenta della propria efferatezza, e che la forza militare da sola non può eradicare completamente. L’unico modo è l’utilizzo di uno strumento tanto fondamentale quanto assente in certe frange dell’Islam: la ragione.

ANDREA MARROCCHESI

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