Pierre Poujade, il campione del popolo

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Negli anni del Secondo dopoguerra il populismo non ha vita facile: i regimi nazifascisti usano le sue parole d’ordine in una chiave totalitaria e la retorica dell’ antipolitica, che aveva saputo essere attraente per i popoli europei tra le due guerre, viene ritenuta colpevole dei disastri di quegli anni. In Europa occidentale si alza forte il grido di appello alla moderazione. Eppure nel periodo della ricostruzione postbellica ci sono due movimenti di questa famiglia ideologica capaci di ottenere un successo tanto notevole quanto veloce: il Fronte dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini e  l’ Union et fraternité  française di Pierre Poujade. Il primo, di ispirazione liberal-conservatrice, prosperò in quel ceto medio italiano smarrito dalla guerra civile e dal ritorno ad un sistema democratico. Il secondo fece fortuna nella Francia della Quarta Repubblica ostaggio della partitocrazia. Quest’ultimo partito ebbe un’ importanza notevole: i suoi caratteri comunicativi, organizzativi ed ideologici costituiscono il prototipo del movimento di carattere populista. La storia politica di Poujade comincia nel 1953, quando  il tipografo francese diviene il “capopopolo” di una rivolta contro gli esattori fiscali in Occitania. Questa insurrezione dei bottegai contro l’establishment burocratico-amministrativo e contro lo stato tassatore, convince il “cartolaio” Pierre a fondare il suo primo movimento: l’Unione della difesa dei commercianti e artigiani (UDCA), un movimento sindacale che si caratterizza per un forte militantismo antifiscale. Gli scioperi e le proteste contro il fisco rendono lui e i suoi seguaci estremamente popolari. Poujade diviene il “tribuno” del popolo che fa tremare i potenti. Il successo è tale che nel 1956 fonda anche la branca politica del UDCA , l’UFF (Unione e fraternità francese), che si sarebbe presentato alle vicine elezioni per l’ Assemblea Nazionale. Il partito è portatore del messaggio tipico dell’antipolitica: una forte critica all’establishment e alle istituzioni e l’ identificazione con tutto il popolo francese che aveva dei valori etici da contrapporre alle élites. Nella sua retorica si ritrovano tutti gli elementi del populismo odierno. Poujade è un feroce antiparlamentarista ed un feroce nemico dei partiti corrotti. Difende i popolani delle campagne non solo dalla politica, ma anche dalla Parigi capitale del “marcio” della finanza apolide. L’appellativo “deputato” gli fa vergogna e preferisce “delegato degli Stati generali”. I partiti lo schifano, egli stesso, che si definisce apolitico e contro la partitocrazia,  non vuole far parte dei 52 parlamentari eletti nel suo partito da due milioni e mezzo di Francesi nelle elezioni del 1956, rimane fuori dal Parlamento per non prendere parte alle discussioni politiche all’interno dell’Assemblée nationale e preferisce  interessarsi delle richieste e delle polemiche dello Stato reale. Odia la destra e il capitalismo perché hanno venduto il paese alle grandi imprese ed ai potentati internazionali, odia la sinistra perché tassa la gente comune per  mantenere fannulloni politici, sindacali e statali ed odia i tecnocrati freddi e lontani dagli interessi dei cittadini. A loro contrappone sempre tutta la comunità nazionale capace di salvare lo stato dalla corruzione e dalle clientele politiche e a cui promette la restituzione di tutto il potere. Poujade verrà ricordato soprattutto per essere il padre del “politicamente scorretto”, ama ridicolizzare i politici con offese che faranno scuola tra i populisti odierni: chiama per esempio i socialisti dell’SFIO “deputati sifilitici”. Non disdegna nemmeno di usare toni xenofobi, qualcosa di incredibile per quegli anni subito successivi al nazifascismo, e ciò gli vale il soprannome “Poujadolf”. D’altra parte il tipografo è anche uno dei primi euroscettici, combattendo il Mercato Comune Europeo che per lui avrebbe reso il continente schiavo dell’alta finanza. D’altra parte anche il declino del suo  movimento è l’ apripista della fine-tipo di un partito populista: l’UFF non seppe istituzionalizzarsi e stabilizzarsi. I fatti del 1958 con la rivoluzione algerina, la crisi di Suez e la presa dei pieni poteri di De Gaulle furono turbolenze troppo forti e contribuirono al dissolversi della creatura politica di Poujade. I poujadisti rimasero vittime di defezioni, scissioni e dimissioni tra cui quella di Jean Marie Le Pen che era stato fino ad allora il portavoce del partito. Nonostante un tentativo del “cartolaio” di salvare il salvabile, la fiammata politica del’UFF si era ormai spenta con la fragorosa marea generatasi dal ritorno del generale De Gaulle.

MARCO CRIMI

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