ROSS PEROT, IL TRUMP ANTE-LITTERAM

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Indubbiamente, il trionfo di Donald Trump ha rappresentato un’enorme sorpresa per i numerosi “esperti del settore”, molti dei quali non hanno esitato a dichiarare la vittoria dell’imprenditore newyorchese come forse l’elezione più clamorosa di sempre della storia Usa. Se da una parte tale esternazione è sicuramente vera, dall’altra risulta comunque ingiusta nei confronti dell’uomo che, più di ogni altro nella storia recente americana, è andato vicino a scardinare il monolitico bipartitismo statunitense: Ross Perot. Ma andiamo con ordine.

Nato in Texas nel 1930, alla fine degli Anni 50 Perot diventò un impiegato di punta della IBM, che poi lasciò nel 1962 a causa di certe divergenze con il management dell’azienda. Nello stesso anno Perot fondò l’Electronic Data Systems(EDS), un’azienda impegnata nel settore dei servizi tecnologici, che già nei primi anni di vita si aggiudicò sostanziosi appalti con il Governo degli Stati Uniti per la gestione del sistema sanitario. Nel 1968 l’EDS fu quotata in borsa e nel giro di pochissimo tempo il valore delle sue azioni decuplicò, fruttando a Perot immensi guadagni. L’imprenditore originario di Texarkana si è  dimostrato anche un abile talent scout: è stato infatti tra i primi a sostenere finanziariamente il progetto NeXT di Steve Jobs, intravedendo le potenzialità del giovane programmatore di San Francisco.

Riguardo alla sua attività politica, si può dire che essa sia cominciata a cavallo tra gli Anni 70 ed 80, quando s’impegnò nel nativo Texas in campagne contro lo spaccio di droga e per il miglioramento del servizio scolastico. Ma è tra il 1990 ed il 1991, quando Perot criticherà apertamente l’intervento americano contro Saddam Hussein in difesa del Kuwait, che il miliardario texano iniziò a valutare seriamente l’ipotesi di scendere in politica. Tale decisione verrà annunciata ufficialmente al Larry King Show nel febbraio 1992, con la candidatura alle presidenziali di quell’anno.

Il risultato di quell’elezione fu qualcosa di oggettivamente incredibile: Perot infatti ( che alla fine dell’estate del 1992 aveva addirittura ritirato la candidatura per motivi personali, per poi riprenderla solo un mese prima delle elezioni) si aggiudicò quasi 20 milioni di voti, circa un quinto  degli americani che si recarono alle urne in quel novembre di un quarto di secolo fa. Nonostante la vittoria di Bill Clinton e il mancato ottenimento di uno dei  grandi elettori, che come abbiamo visto anche per Trump sono decisivi per la vittoria finale, Perot dimostrò che il bipartitismo americano non era privo di punti deboli. Uno dei motivi che consentirono all’imprenditore di ottenere un successo così clamoroso fu sicuramente la possibilità di partecipare ai dibattiti televisivi, possibilità che di norma non è concessa ai candidati indipendenti in America.  Perot si dimostrò estremamente spigliato sia riguardo alle sue effettive capacità di governante (“Insieme possiamo ottenere tutto ciò che vogliamo”), sulle possibilità di revisionare la Costituzione(“Una costituzione congelata nel tempo non serve a nessuno”)  ed anche riguardo all’inettitudine della politica americana per il mantenimento della città di Washington( “Abbiamo bisogni di fatti, non di parole, per questa città”). A questa dialettica politicamente scorretta Perot aggiunse una piattaforma economica mista, capace di attirare sia elettori di destra che di sinistra: pur essendo favorevole ad una diminuzione della tassazione e dei programmi di previdenza sociale per ridurre il debito pubblico, al contempo si dichiarò favorevole ad un aumento sulla tassa della benzina e ad un’imposta sulle transazioni finanziarie di Wall Street, oltre ad opporsi alla ratifica del trattato commerciale NAFTA( e qui il paragone con Trump è inevitabile). Si ritiene che fu in buona parte grazie a questo “terzo incomodo” che Bill Clinton riuscì ad aggiudicarsi la Casa Bianca, in quanto molti repubblicani delusi da Bush Sr. decisero di affidarsi ad un altro texano, che non aveva fatto fortuna con il petrolio ma con l’elettronica.

Riguardo proprio all’elettronica,un’altra proposta di Perot che all’epoca suonò molto eccentrica, ma che oggi non lo è affatto, fu quella di avvalersi delle nuove tecnologie informatiche per organizzare processi di democrazia diretta, a partire dalle elezioni politiche. Se oggi la democrazia diretta per via digitale sembra un futuro ineluttabile, nel 1992 ciò non lo era affatto, considerando il World Wide Web esisteva da appena 2 anni. Ciò è una dimostrazione della notevole lungimiranza di Perot in materia di innovazione tecnologica.

Successivamente, Perot si candidò anche alle elezioni del 1996, stavolta però non più come indipendente ma bensì per il Partito Riformista (Reform Party), da lui fondato nel 1995. Nonostante Perot raccolse meno della metà dei voti della precedente tornata, nei suoi primi anni di vita il Partito Riformista poté annoverare tra le sue fila personalità di spicco, come Pat Buchanan, Ralph Nader, l’ex wrestler Jesse Ventura ( che nel 1998 fu anche  eletto Governatore del Minnesota) e addirittura lo stesso Donald Trump, tra il 1999 ed il 2000.

In conclusione, tornando alla tematica iniziale dell’articolo, si può dire che Ross Perot abbia rappresentato un Donald Trump ante-litteram a causa di numerose caratteristiche comuni: entrambi miliardari e self-made man ,  privi di precedenti esperienze politiche, capaci di esercitare l’irresistibile fascino dell’antipolitica e di scatenare gli istinti patriottici più profondi di milioni di americani. Con una differenza però: se Trump si è candidato con il Partito Repubblicano, ed ha quindi in un certo senso perpetrato l’atavico bipartitismo Usa, Perot andò realmente vicino a frantumarlo.

ANDREA MARROCCHESI

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