GENOVA, LUGLIO 2001: QUANDO L’ITALIA RINNEGO’ LA DEMOCRAZIA 

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Il pensiero va a quelli che oggi sono padri di famiglia ma che nel 2001 erano ragazzi e decisero di passare un weekend a Genova per protestare  contro il G8, il summit tenutosi proprio nel capoluogo ligure nel quale i capi di stato degli otto paesi più industrializzati del mondo si ritrovarono per discutere strategie politiche ed economiche. Chi dissentiva da questa “oligarchia” che avrebbe deciso alcune delle sorti del pianeta si riunì in associazioni pacifiste e movimenti no-global e scese in strada. A questi si aggiunse anche un gruppo di anarchici, molto meno pacifisti, profondamente radicali, che esasperarono la protesta con veri e propri danni materiali alla città, come l’incendio di auto o cassonetti, la devastazione di bancomat e banche, oltre all’accanimento alle strutture urbane della città, con mattoni, pietre, cartelli e ringhiere sradicate e utilizzate come armi: i famosi black bloc.

La situazione diventò presto tesa e scatenò una sorta di guerra civile tra le forze dell’ordine italiane e i manifestanti, causando strascichi inquietanti (e qui è giusto precisare che furono manganellati praticamente solo i pacifici, non i manifestanti più accesi o i black bloc veri responsabili dei disordini, ma come distinguerli in quel casino?). Tuttavia la decisione di Genova come sede, scelta del governo Amato II, lasciò fin da subito qualche perplessità; la città è schiacciata dall’appennino da una parte e dal mare dall’altra, inoltre le vie del centro, caruggi in genovese, sono particolarmente strette e non consentono vie di fuga sicure. Genova comunque fu blindata e divisa in tre zone: quella “verde” accessibile a tutti, quella “gialla” accessibile solo tramite permesso e poi quella “rossa”, inviolabile se non per i cittadini residenti e per gli otto presidenti. Il Genoa Social Forum, il cui portavoce nazionale era Vittorio Agnoletto, fu l’organo preposto per organizzare le associazioni pacifiste che vi aderirono, coordinandole nelle manifestazioni e nelle loro richieste in termini di cibo e pernottamento. I genovesi invece, preoccupati dalla situazione fecero provviste e si rintanarono in casa per quattro giorni mentre lo Stato Italiano dispiegava un un vero e proprio esercito di Forze dell’Ordine per provare a mantenere la sicurezza. È in questo clima di guerra civile che Berlusconi (Italia), Chirac (Francia), Bush (Usa), Putin (Russia), Koizumi (Giappone), Blair (Regno Unito), Chretien (Canada), Schroeder (Germania) assieme a Prodi,  al tempo presidente della Commissione Europea e Verhofstadt del Belgio, si siedono intorno a un tavolo per discutere, confrontarsi e decidere importanti politiche da adottare per il mondo. Tuttavia quello che fu detto dentro Palazzo Ducale passò presto in secondo piano e l’attenzione mediatica si concentrò tutta su quello che invece accadeva fuori. Genova, come detto, fu messa a ferro e fuoco e le Forze dell’Ordine, risucchiate dal caos creato, non riuscirono a ristabilire una situazione di calma caricando anche le manifestazioni autorizzate. Sabato 20 Luglio la follia culminò in Piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani, manifestante romano 23enne ucciso dalla pistola di Mario Placanica, carabiniere catanzerese ausiliario, anch’esso molto giovane (21 anni). Qui l’Italia è divisa; chi sta con Giuliani, chi sta con Placanica, chi dice che c’è stato un “eccesso di difesa” e chi sostiene che son cose che succedono se lanci un estintore contro una camionetta dei Carabinieri. Io credo che entrambi, quel giorno, siano state vittime dello Stato Italiano, in primis Giuliani che ci perse la vita ovviamente, ma anche Placanica che, nonostante il processo che lo assolse, fu congedato dall’Arma e ancora oggi fa fatica a reinserirsi in un mondo del lavoro che da quel giorno gli ha chiuso le porte. Ma questo è solo il primo seme gettato nel campo minato della città di Genova nel Luglio 2001. Il giorno successivo le Forze dell’Ordine, esauste dai giorni di rappresaglie che vi furono, vengono incaricate di perquisire la Scuola Diaz, un dormitorio organizzato dal Genoa Social Forum e sospettata di ospitare per la notte alcuni black bloc. I poliziotti, autorizzati dallo Stato, bramano il desiderio di trovarsi faccia a faccia con gli anarchici e intorno alla mezzanotte sfondano i cancelli della scuola e iniziano a colpire con il manganello chiunque si trovi all’interno dell’istituto in quella che fu definita successivamente una “macelleria messicana”. Apparve evidente sin da subito che dentro alla scuola non c’era nessun black bloc ma solo semplici manifestanti pacifici che uscirono in barella pieni di sangue in immagini che tutti purtroppo ricordiamo. La Corte di Strasburgo nel 2010 condannò l’Italia per i fatti della Diaz descrivendoli in una sola parola: tortura. Infine, le persone che furono fermate e arrestate durante il weekend furono portate tutte (quasi 500) alla caserma di Bolzaneto, poco fuori Genova, nella quale furono vittime di torture e soprusi. Non ebbero neanche il diritto a chiamare il loro legale. E pare che i sadici poliziotti furono anche particolarmente abili nel nascondere il tutto perché l’allora ministro della giustizia Roberto Castelli dichiarò, in una visita alla caserma, di non essersi accorto di nulla. Furono condannate 44 persone il cui reato però, finì in una prescrizione che poteva essere evitata se solo l’Italia avesse mai adottato in passato una legge contro la tortura. Questo, in estrema sintesi, (perché ci si potrebbe scrivere, ci scrivono, libri) è cosa successe in questi giorni sedici anni fa a Genova; una pagina nera della storia italiana, che è giusto ricordare, anche con un semplice un accenno come questo, per condannare quei fatti, o meglio misfatti, che sono ancora una ferita aperta, concreta e astratta, nella popolazione italiana, europea e mondiale. Dobbiamo sì voltare pagina, ma sarebbe allo stesso tempo anche sbagliato dimenticarsi di quella che fu definita da Amnesty International come la più grave sospensione dei diritti democraticiin un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una tragica guerriglia urbana nel quale si è tornati indietro di secoli quando invece eravamo agli albori del ventunesimo secolo. E molte dinamiche rimangono ancora oscure.

NICCOLO’ BELLUGI 

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