LA SCONFITTA DELL’ISIS?

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La guerra nei confronti dello Stato Islamico (o Isis, o anche Daesh in lingua araba), iniziata ormai 3 anni fa, non è mai stata così vicina ad un punto di svolta decisivo come quello attuale: il sedicente “Califfato” è stato infatti sconfitto a Mosul, seconda città dell’Iraq, dopo mesi di sanguinosi combattimenti, ed a breve potrebbe subire la stessa sorte anche a Raqqa, in Siria, considerata fino a poco tempo fa come la capitale dell’Isis. A ciò si aggiunge la notizia, diffusasi pochi giorni fa attraverso media iracheni, della morte di Abu Bakr al-Baghdadi, il “califfo” a capo di Daesh fin dal giugno 2014; oltre ad al-Baghdadi, numerosi altri leader dell’Isis sono stati uccisi negli ultimi anni, e la propaganda dell’organizzazione non è più efficace come prima. Eppure, nonostante le molteplici sconfitti che l’Isis ha dovuto incassare su più fronti, la sua fine potrebbe non essere vicina come spera la coalizione internazionale a guida statunitense.

È infatti plausibile che lo Stato Islamico  si fosse preparato per tempo alla propria disgregazione come Stato territoriale. Si potrebbe quasi dire, dunque, che la creazione di uno Stato territoriale non fosse il fine ultimo dell’Isis, ma un mezzo per ottenere la supremazia nel mondo jihadista, arrivando addirittura ad oscurare Al Qaeda, che fino a pochi anni fa praticamente monopolizzava le attività jihadiste. In particolar modo, la brutalità messa in atto innumerevoli volte dall’Isis (decapitazioni di ostaggi, stupri e massacri di massa delle popolazioni locali , distruzione di reperti dal valore inestimabile e così via) , apparentemente controproducente in quanto fonte della reazione militare internazionale, è invece riuscita invece a produrre più vantaggi che svantaggi. Infatti, se Daesh ha subito perdite notevoli riguardanti il territorio, oltre che umane ed economiche, ci ha “guadagnato” in fatto di instabilità, terrore e vuote di potere: tutti elementi che gli hanno permesso di superare Al Qaeda (curiosamente, l’Isis nacque nel 2004 come filiale in Iraq proprio di Al Qaeda).

La trasformazione in Stato, in tal senso, è risultata essenziale perché ha conferito al Califfato una notevolissima visibilità: l’Occidente avrebbe potuto ignorare la presenza di uno Stato terroristico arrivato ad inglobare, due anni fa, un terzo dell’Iraq e quasi metà della Siria? La domanda è quasi retorica.  Nonostante le sconfitte dell’ultimo periodo, nei suoi anni di attività l’Isis è riuscito ad ottenere delle vittorie estremamente rilevanti.

Una di queste è sicuramente la capacità di rendere propria l’idea di jihad: l’idea di uno Stato Islamico ha infatti spinto giovani da tutto il mondo, anche da paesi occidentali, ad arruolarsi nell’esercito dei tagliagole in Iraq ed in Siria. A differenza di Al Qaeda, che prometteva la nascita di uno Stato Islamico solo dopo una lunga jihad, l’Isis ha offerto un Califfato già esistente; è dunque probabile che, anche una volta persi i territori che gli sono rimasti, l’Isis continuerà ad invocare l’idea di ricostruire il Califfato anziché costruirlo , per mantenere la propria supremazia a livello di jihadismo globale.

In conclusione, possiamo dire che la fresca sconfitta che l’Isis ha subito a Mosul, e quella che probabilmente a breve subirà anche a Raqqa , non segnano la fine dell’Isis ma bensì una trasformazione.  La perdita del territorio è sicuramente un colpo durissimo a Daesh, che però pare essersi preparato per questa eventualità da molto tempo. Si può dire che i vertici dell’Isis abbiano voluto la creazione del Califfato per rendersi più attraenti agli occhi di potenziali jihadisti ed avere un vantaggio su Al Qaeda: anche nei prossimi anni, probabilmente, lo Stato Islamico potrà alimentare il mito del Califfato che è riuscito a costruire, anche se verrà privato dei suoi territori.

Un punto su cui però concordano virtualmente tutti gli analisti è il seguente: per sconfiggere realmente lo Stato Islamico è necessario eliminare le cause della sua ascesa, come le violenze settarie, la presenza di governi deboli e corrotti, la presenza di forze straniere viste come forze d’invasione. Sono tutti punti che, però, paiono molto lontani dall’essere risolti. Indi per cui, viene da pensare che questa non sia l’inizio della fine per l’Isis, ma solo la fine dell’inizio.

ANDREA MARROCCHESI

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