ROBOT E LAVORO: IL BENE ED IL MALE DELL’AUTOMAZIONE

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Automobili in grado di guidarsi da sole. Macchinette del caffè in grado di servire il cliente autonomamente. Reception dove non si è assistiti da un portiere ma da un robot.

No, non si tratta di un’opera fantascientifica ambientata in chissà quale futuro tanto lontano quanto distopico, ma bensì della realtà odierna, dove l’evoluzione tecnologica dell’automazione si sta rendendo sempre più evidente, “infiltrandosi” in settori d’occupazione che fino a non molti anni fa erano di esclusiva competenza umana.
Come tutte le rivoluzioni, non hanno tardato a formarsi due fazioni: da una parte quella dei sostenitori di queste innovazioni, ritenute foriere di grandi miglioramenti; dall’altra,vi è chi nutre una forte preoccupazione per la sparizione di un numero potenzialmente enorme di posti di lavoro.


Per spiegare meglio le ripercussioni sul mondo lavorativo, possiamo utilizzare l’esempio fornito del film “La fabbrica di cioccolato” di Tim Burton, dove il padre di Charlie, il bambino protagonista, perde il lavoro in una fabbrica a causa dell’introduzione di una macchina che svolgeva la sua stessa mansione; in seguito, alla fine del film, ottiene un nuovo lavoro nella solita fabbrica come manutentore della macchina che l’aveva rimpiazzato. Non è difficile immaginare che ad un maggiore impiego dei robot corrisponderà più lavoro per i manutentori (almeno al momento umani) , ma ovviamente in uno scenario più realistico il numero dei manutentori sarà significativamente inferiore rispetto a quello delle macchine. Il discorso in sé non cambia: ci sono dei lavori in cui gli uomini sono rimpiazzabili dalle macchine, che non pretendono un salario, non hanno sindacati, non si ammalano o restano incinte e via dicendo. È chiaro che, di primo acchito, per un’azienda sostituire lavoratori in carne ed ossa con impiegati in metallo è una prospettiva allettante, che ridurrebbe notevolmente i costi di produzione e quindi potrebbe abbassare anche i prezzi per i consumatori. Ovviamente, però, è necessario riflettere anche sui risvolti negativi, tra cui quello ovvio della disoccupazione; infatti, lapalissianamente, se la disoccupazione aumenta il potere di acquisto degli individui si abbasserà e ciò porterà ad una situazione di stagnazione economica, con un’offerta molto superiore rispetto alla domanda. Altro fattore negativo, meno ovvio ma comunque rilevante, è quello ambientale. Ad esempio, una macchina che sostituisce un impiegato del McDonald consuma energia ogni giorno, ma la produzione e lo smaltimento costituiscono a loro volta un ulteriore spreco di energie e una fonte di inquinamento. Ovviamente, anche un uomo consuma energie (altrimenti non avremmo bisogno di cibo) ed inquina, ma un uomo che lavora inquina come uno che se ne sta spaparanzato sul divano a guardare la TV. A questo punto, è necessario domandarsi se questa modifica del lavoro è evitabile o meno, e cosa possa fare l’umanità a riguardo. Se da una parte ha oggettivamente poco senso opporsi a nuove tecnologie che porterebbero ad un miglioramento qualitativo e quantitativo dei sistemi di produzione (opposizione analoga a quella dei Luddisti nell’Inghilterra di inizio XIX secolo) e, magari, anche di un miglioramento della vita, dall’altra sono assolutamente comprensibili le paure di una disoccupazione di massa per i settori dove le macchine stanno prepotentemente entrando.
Personalmente, un fatto che mi rincuora è che la tecnologia non procede così velocemente come si può pensare, e che di solito l’uomo riesce sempre a trovare un modo per adattarsi nel corso del tempo. Di fatto ogni nuova invenzione tecnologica ha portato a seri problemi per certi settori di lavoro, ma al contempo ne ha creati di nuovi. Basti pensare all’avvento di Internet: quanti posti di lavoro ha eliminato? Tanti. Ma quanti ne ha prodotti? Tantissimi. Magari sarà possibile riconvertire la manodopera meno istruita in altri settori, anche con l’ausilio di nuove invenzioni. Va ammesso che se uno immagina un mondo in cui i robot svolgono funzioni estremamente complesse (sostituirsi ad un chirurgo, o addirittura ad un giudice) è difficile immaginare in tale futuro molto spazio per gli uomini , istruiti e non. Ma tale futuro, posto che arrivi, è comunque molto lontano ed ha poco senso preoccuparsene adesso; in fondo, anche negli Anni 50-60 si pensava che nel XXI secolo avremmo avuto automobili volanti, quando poi sappiamo bene che non è andata così.
Per concludere, nella mia personalissima opinione, ritengo che la rivoluzione odierna dell’automazione possa essere definita come un esempio di “distruzione creativa” per citare il grande economista del XX secolo Joseph Schumpeter. Oppure, per dare una definizione ancora più calzante, si può citare Antoine Lavoisier secondo il quale: “Nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma”.
ANDREA MARROCCHESI

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Un pensiero su “ROBOT E LAVORO: IL BENE ED IL MALE DELL’AUTOMAZIONE

  1. In certi racconti di fantascienza si suppone un maggiore controllo delle nascite che vada a compensare il numero minore di posti di lavoro disponibili, dando in cambio una maggiore longevità e salute. Ma si tratta pur sempre di fantascienza…

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