L’ITALIA E IL NON-MODELLO D’INTEGRAZIONE

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A prescindere dal vostro orientamento politico ne converrete che in Italia c’è un problema con l’immigrazione. Tantissimi sono infatti rifugiati che approdano e poi si stabiliscono nello Stivale. E non solo per la nostra posizione geografica, bagnata al sud dal Mediterraneo vicino all’Africa e dall’Asia Occidentale ma vicina, al nord, alle vere mete dei migranti. L’Italia in questa situazione sta mancando di pianificazione, programmazione, progettazione. Mi spiego. La meta ultima da raggiungere, come detto, non è l’Italia, eppure tanti migranti ci rimangono, intrappolati in una legislazione mai all’altezza del problema e orfana di un modello di integrazione. Non esiste il modello d’integrazione all’italiana, mai sentito (se non per dire “a caso”), perlopiù si convive con politiche incerte (Turco-Napolitano, 1998; Bossi-Fini 2002) e con una forte delega della gestione agli enti locali o alle istituzioni religiose e laiche; eppure nel resto del mondo circa l’immigrazione esiste una regola base, ferrea, da rispettare. L’Italia è diventato un paese attrattivo solo negli anni più recenti, prima si era molto più abituati a gestire le partenze degli italiani che non gli arrivi degli stranieri ed è per questo che ad oggi manca un modello di integrazione.  Non è necessario inventarlo ex novo, basterebbe guardarsi intorno e notare che tanti paesi si sono mossi da tempo per trovare una soluzione univoca e perdurante al problema. Si potrebbe perfino copiare. In Germania ad esempio vige la regola del Gastarbeiter, il “lavoratore ospite”, che prevede che chi si stabilisce nel paese, molto drasticamente, o lavora o se ne va. Nessun diritto di voto né di cittadinanza sono previsti. È il modello funzionalista.  In Francia troviamo invece  il modello assimilazionista nel quale, anche se non lo sei, vieni trasformato in un perfetto francese attraverso un percorso di naturalizzazione  che come punto finale di arrivo ti pone, in tutto, al pari degli altri francesi in virtù delle rinunce a tutte le proprie tradizioni, culture, leggi e usanze. È il “melting pot” statunitense, che ultimamente però è diventato un brutto “salad bowl”. La Gran Bretagna ha un rapporto con gli immigrati differente perché guarda molto anche alla propria esperienza coloniale del Commonwealth. Qui si riconosce una diversità culturale e nel Regno Unito si è adottato, con il tempo, una legislazione che punti ad evitare la discriminazione razziale. Gli immigrati hanno ampie autonomie, vivono e lavorano lontani dal resto della popolazione autoctona permettendosi inoltre il mantenimento dei tratti tipici del proprio paese di origine in un modello chiamato multi-culturalista. Ora, si possono obiettare questi tre modelli perché comunque ognuno presenta problematiche di diverso tipo. Ci sono però anche molti punti forti che in Italia invece mancano o non ci sono mai stati. Ci sono poi due nuovi modelli, molto più recenti, che secondo il mio modestissimo (-issimissimo) parere sono veramente la Bibbia dell’integrazione: quello australiano e quello canadese. È vero, non siamo in Europa. Cambiano molte prospettive, ma non è (solo) colpa dell’Ue. In Australia e Canada si concepisce l’immigrazione come risorsa per le crescita competitiva del paese; è questa la differenza, e loro l’hanno capita prima di noi. Innanzitutto in Australia si “scommette” sull’immigrato: ci sono un tot di visti da elargire all’anno chiamati “Working Holiday” e questi vanno ad un migrante “selezionato”. Ne hai a disposizione uno a vita e serve per vivere e lavorare legalmente in Australia per 12 mesi. Ci sono diversi criteri non banali per assegnarlo come l’essere maggiorenni ma non più vecchi di 31 anni o l’avere abbastanza soldi per le prime spese di soggiorno e/o per comprare un biglietto aereo di ritorno. Alla scadenza dello Working Holiday, a meno che il tuo datore di lavoro non  garantisca per te perché ti reputa utile alla causa del paese, vieni rispedito al mittente. Altrimenti puoi restare. Altro modo per rimanere senza né cittadinanza né garanzia del datore di lavoro, è lavorare part-time seguendo parallelamente un corso di studi. Siamo sulla scia di un modello funzionalista tedesco dove è stato fatto un passo in più; l’immigrazione viene vista come un’opportunità per far crescere il paese. Anche nel Canada di Justin Trudeau (in foto) siamo sulla stessa lunghezza d’onda, l’immigrazione è una risorsa e si seleziona chi potrà essere utile, chi è futuribile, sempre tramite il Working Holiday (là però dura 6 mesi). Si può quasi dire che tutti e tre i modelli precedentemente esposti vengano invece fusi in uno unico, adottato oggi dai governi di Canberra e Ottawa. Sembra interessante. In ogni caso, almeno, avremmo una regola. 

NICCOLO’ BELLUGI 

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