SPESA PUBBLICA: RISORSA O FLAGELLO?

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Viviamo in un’epoca dove virtualmente ogni Stato sovrano presenta una quota abbastanza rilevante di indebitamento , che va dal 38% della virtuosa Svizzera al 250% circa del Giappone ultimo della classe: in mezzo a queste percentuali estreme, come cifre “mediana”, si colloca all’attuale 132% dell’Italia.
Quando questo debito viene utilizzato al fine della capacità competitiva del singolo Stato, attraverso investimenti ad esempio nel settore infrastrutturale,  esso rappresenta un “fardello virtuoso” che consente allo Stato nazionale di accrescere  la propria competitività nei confronti di altri paesi.

Al contrario,  come nel caso della gestione della spesa pubblica italiana attuale, se questo viene utilizzato quasi esclusivamente al fine di far fronte alla spesa ordinaria allora

in questo caso il debito diventa un problema che può divenire  insostenibile in determinati casi come quello italiano. Ciò rappresenta una fardello ( o anche un flagello per giocare con la semantica) che impedisce al paese in questione di modernizzarsi e di restare al passo con gli altri competitors, sempre più numerosi ed agguerriti nell’ineluttabile realtà odierna di un mondo globalizzato ed interconnesso.
La mancanza di comprensione- per non dire menefreghismo- degli effetti nel breve ma soprattutto nel medio e lungo termine di una simile spesa pubblica  ha iniziato ad emergere in Italia nel periodo a cavallo tra gli Anni 70 ed 80. Va tuttavia detto che, nonostante l’esplosione del debito in quegli anni, è doveroso ricordare come l’economia italiana fosse in un ottimo stato di salute ( anche grazie alla sapiente politica economica di governi come quello Craxi), caratterizzata da una crescita media annua del 4% e con disoccupazione ed inflazione intorno al 5-6%, dimezzate rispetto al terribile periodo della stagflazione degli Anni 70. Se si vogliono vedere tali cifre di crescita oggi,  è necessario guardare o al Sudest asiatico o rovistare nei cassetti polverosi della memoria. A tal proposito, è indispensabile citare la questione della valuta di riferimento del debito.

 Nonostante l’alluvione di critiche piovute sull’euro e sull’UE nell’ultimo quinquennio circa, va detto che un ipotetico ritorno alla lira -e quindi all’espressione del debito e del Pil in suddetta valuta- porterebbero il nostro Paese in una situazione di collasso finanziario, in quanto la nuova valuta sarebbe terribilmente deprezzata e ciò porterebbe gravissimi problemi a livello di importazioni, soprattutto quelle energetiche di cui l’Italia ha particolarmente bisogno. Il debito, dunque, dovrebbe rappresentare una quota di spesa pubblica volta a migliorare la competizione, aumentando la crescita dell’economia nazionale e la sua capacità di affrontare i propri “rivali”. Viceversa in Italia è stata usata e viene attualmente ancora usata come strumento per ottenere consenso elettorale arrecando danni sempre maggiori al sistema produttivo. Va sottolineato infatti che la spesa pubblica ha raggiunto la soglia di 828 miliardi con un fortissimo arretramento della spesa per investimenti strategici come il già citato settore infrastrutturale: sono infatti oltre 800 le opere incompiute che gravano per miliardi di dollari sulle tasche dei contribuenti, ed ogni anno il loro numero cresce, mentre la forza lavoro, a causa dell’invecchiamento demografico, si assottiglia sempre di più. Il debito risulta la manifestazione di irresponsabilità da parte delle nostre classi dirigenti che si sono susseguite, convinte che sarebbero state le generazioni future a rendere conto di questo macigno( come scherzosamente fa notare Checco Zalone in “La Prima Repubblica”, benchè la Seconda Repubblica presenti anch’essa delle similitudini sotto questo punto di vista).

In più dal 2011 fino ad oggi il nostro Paese ha è stato agevolato  grazie all’attività di Draghi presidente della Bce, che  a partire dal 2012 ha ottenuto l’abbassamento dello spread e successivamente attraverso il quantitative easing ha pompato liquidità nel sistema bancario per far ripartire gli investimenti.                                                             Nonostante questo tutti i governi nostrani dal 2011 ad oggi hanno continuato ad aumentare la spesa come il debito nonostante i risparmi di 13 miliardi all’anno a livello di interessi sul debito( anche questo grazie in buona parte all’opera della BCE), ed ha varato leggi finanziarie il cui costo complessivo supera abbondantemente i 500 miliardi.
Ormai tuttavia i tempi si fanno maturi per una inevitabile politica di tapering( ovvero di progressiva riduzione e conclusione infine del quantitative easing)  e Mario Draghi, a fine 2018, dovrà dire addio all’Eurotower; il rischio che il suo posto venga preso da qualche falco dell’austerity è tanto preoccupante quanto probabile.

In conclusione, possiamo dire come il debito pubblico non rappresenti intrinsecamente un male, ma possa essere una risorsa se mirato all’incremento della produttività di un’economia, tramite investimenti in settori strategici. Tuttavia, come abbiamo visto in Italia negli ultimi anni- anche se la questiona in sé ha radici ben più profonde- se usato come strumento di consenso politico e di semplice mantenimento dell’ordinaria amministrazione, esso può avere delle ripercussioni a lungo termine devastanti. Ma pare  a Palazzo Chigi pare importi poco: in fondo, sarà un problema di cui si occuperà  qualcun altro no?

ANDREA MARROCCHESI

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