LA REPUBBLICA CHE TRADISCE IL LAVORO

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Il 2 Giugno siamo soliti festeggiare la nascita della nostra Repubblica. Proprio in questi giorni riflettevo su come questa Repubblica sia nata dal sangue di tante gente, dei i nostri nonni, e di come forse paradossalmente questa “amata” democrazia , sia degenerata e sia divenuta “amara”.  Questa affermazione pare legittima, sotto i più vari aspetti. Potremmo dire senza mezzi termini, che siamo stati un po’ tutti traditi da questa Repubblica,  che ormai sembra aver smarrito il suo lato democratico. Il termine democrazia deriva dal greco δῆμος, démos, “popolo” e κράτος, krátos, “potere” e  come ben si può intendere dall’etimologia si vuole ricalcare l’immagine di come il potere appartiene al popolo. Ed è proprio da questa affermazione che deve partire la nostra riflessione sul  come la nostra Repubblica abbia voltato le spalle ai suoi cittadini. L’articolo principale della nostra carta costituente è l’articolo 1: “ l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Eppure mi sembra doveroso posporre a questa affermazione un bel punto interrogativo. L’Italia è una Repubblica democratica? E’davvero fondata sul lavoro? La sovranità appartiene al popolo?

La colpa di questa presunzione interrogativa nasce dal cattiva gestione della cosa pubblica (res publica), dei vari governi che si sono susseguiti nel corso di questi settantuno anni di democrazia.  Bisogna partire innanzitutto dal processo di costituzione e dal significato che i padri costituenti le hanno voluto conferire. La nostra Costituzione nasce da un processo di svincolo dal sistema dittatoriale e repressivo, ossia il governo fascista, degli anni precedenti ad essa, che basava la propria essenza sulla centralizzazione e monopolizzazione della collettività, un poter coercitivo, un vero e proprio stato di polizia. Con l’affermazione democratica si è voluto dare un risvolto essenziale all’idea di partecipazione attiva del cittadino, e quindi ristabilire quello che è il concetto etimologico di democrazia, il poter del ed al popolo. Di fatto basta pensare che lo stesso referendum del 2 giugno 1946 ha visto per la prima volta la partecipazione diretta al suffragio delle donne, con l’intento di voler dare un netto taglio innovativo e moderno alla costituzione del nuovo stato italiano, più partecipativo e più inclusivo. La nostra carta costituente si ispira anche a concetti ed ideali liberali, mi rifaccio alla citazione di Rousseau: “ ubbidire al potere comune, restando liberi”, ma mi riferisco anche alla Rivoluzione Francese, la vittoria democratica sull’Antico Regime, che è stato un punto di riferimento storiografico e sociologico per i costituzionalisti. Il secondo snodo riguarda l’affermazione sul fondamento del lavoro.  Nella struttura etimologica di scelta dei costituenti venne fatta una modifica essenziale. Iniziale il termine che si voleva usare nella dicitura dell’articolo primo era fondata dai lavoratori, fortemente sostenuta dal Partito Comunista. Tale affermazione però suscitò notevoli dissensi, perché implicitamente si voleva riproporre la lotte di classe e la divisione della società sugli schemi marxisti: da una parte i lavoratori, i salariati, dall’altra ci sono i proprietari dei mezzi di produzione, il cui predominio e ricchezza dipendono dalla condizione sottomessa dei primi. Introducendo quindi il termine “lavoratori” si sarebbe creata una situazione di conflitto assai pericolosa per la tenuta democratica della neonata Repubblica. E’ importante, però, fare una precisazione. Uno degli errori storiografici più ampi che si possa fare  è considerare la stessa democrazia ateniese, quale elemento ispiratore primario, il “regime di tutti”. Esso infatti era il regime del demos, che però non comprendeva tutta la popolazione ateniese, ma una ristretta porzione di essa, che rappresentava, però, gli interessi della maggioranza. Ed è proprio da questo elemento strutturale che la nostra Repubblica, anche nella sua gestione politica ed organizzativa, fa del principio maggioritario un caposaldo essenziale. Perché dunque ci sentiamo traditi? Perché il tempo ha cambiato l’uomo, ha modificato la nostra società e nonostante tutto questa Costituzione continua a fare storia e fare vittime, impotente dinanzi al potere dei Governi che si sono succeduti. Perché se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, che è un elemento indispensabile per la realizzazione personale, di contro è sempre meno tutelato. E l’importanza del lavoro torna in auge in questo periodo storico, che vede fiumi di uomini e donne, con la più variegata preparazione e collocazione sociale che attendono un lavoro o che si son dovuti “accontentare” di un impiego non in linea con le proprie aspettative. E la tutela che viene associata nell’articolo primo e nel quarto della nostra carta Costituzionale ormai risulta immobile, ingessato, impotente. I più grandi teorici della politica e della sociologia hanno dimostrato con eminenti tesi  quanto possa essere importante per un uomo il lavoro, una forma di integrazione sociale, una forma di esaltazione delle proprie skills personali,una forma di libertà. Infatti è compito dello stato rimuovere gli ostacoli e favorire la formazione culturale del cittadino, che vede nel lavoro la partecipazione attiva alla produttività nazionale. Quindi paradossalmente ci ritroviamo a parlare ancora oggi di vittime della negligenza e di questo mancato patto, siglato 70 anni or sono, di questa mancata promesse di cui la Costituzione si fa portatrice. Basta citare solo un nome del grande libro nero dei morti per il lavoro ed è quello di Giuseppe Brugarella, imprenditore morto suicida perché non riusciva più a portare avanti la propria impresa. Con la sua morte ha lasciato sul lastrico la propria famiglia e le famiglie dei suoi dipendenti.  Questa è una storia vera, questa non è fantasia, questo è il frutto del rovesciamento della medaglia, del lavoro asservito alla politica sfrenata del neoliberismo e del mercato selvaggio, dello sviamento e degenerazione della concezione del lavoro. La Politica, ormai, sembra aver abbandonato il lavoro e lo ha consegnato nelle mani di un mercato che non ha timori di mietere vittime in nome dell’utile e del guadagno, che decide della vita di ogni uomo, giorno per giorno, ora per ora. Questo è il tradimento perpetrato dalla Politica alla nostra Costituzione.

Questa è l’amara solitudine dell’articolo primo.

PIERLUIGI ZARRA

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2 pensieri su “LA REPUBBLICA CHE TRADISCE IL LAVORO

  1. La Repubblica si è semplicemente dissolta nella melma tossica dell’impero. E’ un errore – non innovativo – al quale è ben difficile rimediare. L’unica cosa da fare ora è attendere e prepararsi, l’età post imperiale si avvicina a grandi passi.

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    • La classe politica si è adattata ad un mercato selvaggio e senza freni, assumendo decisioni economiche spesso avventate e frettolose. Attendere e prepararsi, però, non è la scelta migliore. E’ evidente che il popolo, nella sua totalità ed espressioni, deve invertire il trend. Ad oggi, ciò che manca, è la pressione delle classi lavoratrici, forti e compatte sul potere politico, affinchè non indietreggi e non conceda nulla al mercato. Ad oggi, però, quel popolo sembra essersi dissolto, chiuso nel tentativo di mantenere i diritti acquisiti. Dobbiamo essere Impero dei Popoli, non impero dell’economia. Ma se il Popolo ormai è indietreggiato ed avanza il singolo, l’Impero dei Popoli sembra ancor più una mera utopia.

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