Blue Whale: il sintomo della morte della gioventù

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Mi è bastato sentire qualche informazione a riguardo per sentire i brividi sulla schiena.
Leggere le regole, ancor peggio. E’ un fenomeno che si è diffuso in Russia e sta contagiando l’Europa. E’ fondamentalmente un gioco, una serie di regole da seguire che lentamente conducono alla morte, con pratiche decisamente discutibili. Non voglio entrare nel merito delle regole, ormai si possono ritrovare ovunque, ma sapete cosa emerge da esse? E’ un percorso che crea fiducia e fedeltà da parte di chi si sottopone al gioco e di chi sta seguendo lo stesso stile nei confronti del “manipolatore”. Regole chiare, ben scandite, precise. Istruzioni da applicare nel dettaglio. Sono strutturate in modo da pendere dalle labbra di chi “comanda”, eseguire ciò che viene detto senza batter ciglio. Fino alla tragica fine. Volendo partire da questa mia disamina, questo mette in luce due aspetti: il primo è la grande fragilità dei ragazzi di questa epoca, che tanto facilmente si fanno abbindolare attraverso la rete da presunti “santoni” e da come gli stessi ragazzi ormai si sentano estromessi da qualsiasi tipologia di “collettività” inclusiva.

Il primo deficit è dato senza dubbio dalla scarsa fiducia che è posta da parte di noi giovani verso gli educatori istituzionali (famiglia, scuola) che hanno perso di credibilità, con professori che in certe vesti sono veri e propri aguzzini, dall’altra l’entità familiare che va sempre più verso la frammentazione, con nuclei allargati o spaccati dal divorzio, con genitori che in taluni casi vogliono ancora vivere la loro gioventù, curandosi poco dei figli e dei loro problemi e lati vulnerabili. Ciò facilmente conduce i ragazzi più “deboli” e fragili ad affidarsi a consigli di sconosciuti che, indossando le vesti di persone affidabili, li conduce su strade poco consigliabili, se non tragiche.

Il secondo deficit è totalmente imputabile alla società, alla sua struttura, che sempre meno privilegia fenomeni di aggregazione positiva, che spinge i singoli ragazzi verso una collettività competitiva, dove l’altro è il nemico, dove l’altro non è il nostro simile, ma è qualcosa di cui diffidare. L’uomo è un animale sociale, nella collettività ha sempre trovato la sua espressione e la sua crescita. Oggi giorno le istituzioni, lo Stato, la società civile offre sempre meno spazi di aggregazione positiva (fatte alcune eccezioni), che consentano ai ragazzi di crescere insieme, di cooperare, di aiutarsi, di migliorare insieme, come vera società in piccolo. E’ una società fatta di scontro, più che di incontro. Questa isolazione, questa valorizzazione del singolo, porta gli individui ad isolarsi ed isolandosi si è più facilmente manipolabili, nella misura in cui meno riusciamo a sfogare le nostre rabbie e delusioni ed avere un confronto costruttivo con i nostri simili e coetanei. Spostando l’attenzione sul fenomeno di massa, invece, la critica va all’educazione ricevuta. E’ inevitabile ammettere che, nel momento in cui le condizioni economiche consentono uno stile di vita adeguato, al di sopra della media mondiale, questi fenomeni vanno crescendo. E’ andato a sostituirsi il concetto dell’essere in favore dell’avere. O per meglio dire, l’avere è il presupposto dell’essere. Abbiamo totalmente perso di vista l’aspetto delle qualità dei singoli, delle propensioni personali, è venuta meno l’identità dei singoli, a favore della competizione sfrenata che tende ad omologare tutti, e della collettività. Ormai siamo masse di gente senza una identità, senza un bagaglio di valori a cui aggrapparci nel momento del bisogno, della difficoltà. Valori, ideali sono stati gentilmente gettati nel cassonetto, ormai inutili e fuori moda al giorno d’oggi, dove un cellulare di 1000 euro ti qualifica meglio di una attitudine personale positiva. Al netto di queste speculazioni, ciò che emerge è che siamo delle navi in mare aperto, senza un porto sicuro a cui attraccare. Come possiamo stabilire una rotta se non sappiamo dove andare? Siamo una nave alla deriva, dobbiamo tornare a seminare valori ed ideali, che non siano quelli materiali, qualcosa che possa tornare a far bruciare la fiamma che arde nei giovani, che gli consenta di avere una rotta che difficilmente possa essere smarrita. Smettiamola di reprimere ogni impulso positivo che non sia “competitivo” o che non si conformi a ciò che la società pensa. Genitori ed Istituzioni, uscite dal vostro guscio, mettete da parte i vostri egoismi ed aprite le orecchie, gli occhi. Siate attenti verso questi fenomeni, perché siete voi a formare gli uomini e le donne del domani. Questo “gioco”, a detta dell’ideatore, è servita a fare una selezione, tra i forti ed i deboli. Io non mi scandalizzo di questa dichiarazione, se non fosse che viviamo in una società civile e non nell’età della pietra. Siamo una società inclusiva, almeno sulla carta, una società che dovrebbe aiutare i più deboli e non lasciarli alla deriva. Ciò che emerge, aimè, è che siamo una società con pochissimi punti di riferimento, molto spesso sfocati e confusi e questo “macabro percorso” è solo la punta dell’iceberg, un segnale che dovrebbe far riflettere sulla strada valoriale ed educazionale che abbiamo intrapreso.
Stiamo fallendo. E’ tempo di ricorrere ai ripari prima che sia troppo tardi e questi casi divengano la quotidianità.

MAURIZIO TROIANO

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