OCCIDENTE ED ISLAM: DUE MONDI CHE NON VOGLIONO PARLARSI

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Il rapporto difficile tra il mondo Occidentale e quello Islamico non nasce certamente oggi, così come il dialogo tra essi non è una novità. L’Impero Ottomano per secoli si è affacciato sul Vecchio Continente, giungendo sino alle porte di Vienna, così come l’Europa molto spesso intratteneva rapporti commerciali proficui con esso. Lo scontro e l’incontro sono stati due elementi caratterizzanti di questo lungo rapporto di amore/odio tra questi mondi così distanti, eppure così vicini. Queste due macroculture, con numerose variabili al loro interno, hanno intrapreso, però un percorso diverso nei secoli. Il mondo occidentale, che dall’Europa si è esteso anche all’altra sponda dell’Atlantico, si è avviato verso una fase di secolarizzazione, di laicizzazione delle istituzioni e dei costumi, il mondo islamico, invece è rimasto fortemente ancorato alla commistione tra religione e diritto. Può sembrare una differenza di poco rilievo, in realtà non lo è. Le ripercussioni sono importanti, sono tangibili e constatabili nel mondo quotidiano. Se l’Europa, infatti, ha scisso il concetto di morale soggettiva da quello di diritto oggettivo ed universalmente valido, non si può dire lo stesso per il mondo Islamico dove religione, cultura, morale e diritto costituiscono un rapporto molto intimo. Ed a questa complessità bisogna aggiungere l’ulteriore frammentazione all’interno dell’Islam che porta ad un’ulteriore carattere particolare di Stato in Stato. Pensando alla šarī‘a legge fondamentale dell’Islam, essa contiene al suo interno la siyar, che regola i rapporti con le altre nazioni. Due sono i grandi rami delineati da Shaybani, pensatore del VIII secolo: Dar al-Islam, dove vige la pace islamica e Dar al-Ḥarb, ossia i territori di guerra, non islamici. Questa visione, ovviamente, ha subito una modifica nei secoli, soprattutto in virtù della frammentazione dei paesi aderenti all’Islam. Mentre nell’Oriente, dunque, si andava costituendo il complesso sistema di tradizioni, diritto e consuetudini islamiche, in Europa si speculava sullo “Ius Gentium”, sulla “Causa Giusta” per la guerra, sulla differenziazione tra Peccato e Reato. Dunque, sebbene il Vecchio Continente abbia tenuto banco, abbia dato origine a grandi pensatori, il mondo non finiva e tutt’ora non finisce ai confini di ciò che consideriamo “europeo”. Basti pensare che l’Impero Ottomano ed altre realtà, come Cina e Giappone, non hanno messo piede nelle relazioni internazionali, come da noi intese, fino alla seconda metà dell’Ottocento. Dall’alto delle nostre tradizioni romaniste e germaniche si è considerato queste realtà di estrema importanza inferiori perché non aderenti al nostro sistema culturale e giuridico. Grandi pensatori europei ammettevano la sottomissione di questi popoli e la guerra contro questi popoli per le motivazioni sopra citate. L’Europa, nella sua interezza e nelle sue particolarità, ha sempre avuto la pretesa universalistica del suo diritto, dello “ius publicum europaeum” e, nonostante nei secoli si siano affermate altre potenze extra europee come Stati Uniti, Russia, Cina, i paesi arabi, il Sud America, questa visione permane. Avvicinandoci ai giorni nostri, molte sono le critiche pervenute ai sistemi valoriali e di principi che ancora oggi regolano il diritto internazionale, perché considerati troppo “occidentali” e poco spazio lasciano alle consuetudini di altre tradizioni egualmente importanti. Ed è proprio da qui che insorgono i problemi e lo scontro tra civiltà. Da un lato, infatti, riscontriamo la pretesa universalistica dei nostri principi, valori e costumi, dall’altra, nella fattispecie il mondo islamico, invece un sistema profondamente diverso dal nostro, dove consuetudini e tradizioni sono commissionati al diritto, diritto che affonda le radici dunque nel bagaglio secolare che lo accompagna. Ci ritroviamo dinanzi a due mondi che hanno affidato la “cosa pubblica” a regole diverse, il primo alla laicità ed all’oggettività trasversale, il secondo ad una morale soggettiva personale e religiosa, maturata nei secoli. Una differenza così profonda ed importante, seppur semplificata al massimo e di questo me ne scuso, fa capire a tutti noi che, continuando a ragionare secondo questi schemi, l’incontro non potrà mai esserci. Non c’è incontro se il linguaggio adoperato è profondamente diverso. Se da un lato, infatti, andrebbe messa da parte la pretesa europeistica/occidentalistica di catalogare ed etichettare culture e tradizioni secondo il proprio metro di giudizio e non secondo parametri oggettivi, dall’altra il mondo islamico dovrebbe trovare un suo equilibrio giuridico che prescinda dai precetti religiosi, una struttura della società che sia costituita su basi oggettive e razionali. Le pecche sono evidente da ambo le parti. Più umiltà e più laicità (da non confondere con il laicismo). Questi due mondi hanno sempre avuto contatti, ma ora più che mai. In una Terra ormai sempre più globalizzata, dove queste due realtà vivono a stretto contatto, porsi questi interrogativi e porsi in riflessione critica è doveroso. Quanto prima caleranno le pretese da entrambe le parti, quanto più sarà agevole il dialogo. Rinunciare alle proprie particolarità, alle proprie sfaccettature è sbagliato. Non possiamo rinunciare a ciò che siamo, a ciò che ci contraddistingue, ma porsi su un piano di oggettività, su un piano trasversale, fatto di logica e di principi comuni è il passo giusto per arrivare ad una convivenza libera, ad un dialogo costruttivo, ad una reciprocità volta alla crescita comune.

MAURIZIO TROIANO

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