Libertà di (s)parlare

Standard

 

Per l’Oxford English Dictionary, la parola dell’anno 2016 sarebbe “post-verità”. In effetti, in Italia, questo termine è stato uno dei più discussi e chiacchierati, in seguito alla polemica sulle fake-news e a causa di alcune ardite dichiarazioni durante le compagne elettorali e referendarie dello scorso anno.

Il termine non è nuovo. Fu coniato negli Stati Uniti nell’era Bush per riferirsi ai discorsi alla nazione che il presidente era solito fare per giustificare l’intervento in Iraq, cercando di parlare alla “pancia” delle persone, citando, spesso e volentieri, i fatti dell’11 Settembre. Letteralmente, infatti, la post-verità sarebbe il fenomeno che si sviluppa quando, riguardo ad una notizia, la verità viene considerata di secondaria importanza mentre le emozioni che questa suscita diventano il fattore chiave e più importante.

Dai primi anni duemila ad oggi vi sono stati due grandi cambiamenti in termini politici e sociali: l’avvento dei social network e dei populismi. I primi hanno trasformato radicalmente le nostre abitudini ed hanno esasperato la già esasperata libertà che internet, al momento della sua nascita, aveva offerto. In una democrazia, qualsiasi tipo di diritto dovrebbe essere sacrosanto ma dovremmo anche occuparci della forma che essi assumono, oltre che della loro sostanza. I social network hanno preso la libertà di parola e l’hanno resa “libertà di sparlare”, in cui chiunque, con profili falsi o veri, può pontificare su qualunque argomento, senza citare fonti e senza conoscere la questione nel dettaglio. In questo caso, il like è diventato il termometro per misurare quanto un profilo stia dicendo il vero. La verità, però, non è democratica; è dura, è fredda ed autoritaria, esiste o non esiste.

In questo frangente si inserisce la politica e le strategie di persuasione. A livello internazionale si registrano gli stessi fenomeni che coinvolgono anche l’Italia. Donald Trump, durante la sua campagna elettorale, ha spesso beneficiato dell’effetto che alcune notizie false hanno suscitato sull’opinione pubblica. Alcuni esempi di fake-news di Trumpiana origine sono i tweets sul presunto attentato terroristico in Svezia o sulla sua vittoria malgrado i tre milioni di voti illegali a favore di Hillary Clinton. Marine le Pen, a sua volta, ha suscitato scalpore per la sua ultima dichiarazione secondo il quale il popolo francese non avrebbe avuto alcuna responsabilità nella deportazione di cittadini di origine ebraica durante l’occupazione nazista, etichettando il governo di Vichy semplicemente come “non Francese”.

In Italia, il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord sono i partiti che più hanno beneficiato delle fake-news per via di notizie spesso menzognere su immigrazione, vaccini e presunti scandali riguardanti personalità politiche di partiti avversari. Il M5S ed i suoi leader, in particolare, hanno tentato a più riprese di contrapporre il Blog pentastellato all’informazione pubblica o alla stampa stessa, in quello che non ho paura di definire un attacco al Quarto Potere. Infatti, da quando la buona fede dei principali organi di stampa è stata messa in discussione, si è creata una scollatura dalla realtà in cui, l’elettore medio, ha perso l’orientamento, bevendosi qualunque tipo di notizia falsa uscita dal web.

La soluzione non può essere quella proposta dal gruppo Ala-Scelta Civica con il disegno di legge contro le fake-news, che prevede anche la reclusione fino a due anni per coloro che si occupano di diffondere le così dette “bufale”. Sarebbe inutile negarlo, una legge del genere può portare ad una restrizione della libertà di espressione e di fare giornalismo che, nel Bel paese, è già minata dalle numerose querele e minacce che vengono spesso indirizzate a chi fa informazione. La risposta deve, quindi, venire dal basso: basterebbe che ognuno, nel suo piccolo, verificasse la veridicità di certe affermazioni cercando un riscontro trasversale da più fonti. Non si può delegare alla legge ciò che il buon senso richiederebbe.

Non esistono “giornali di regime”, come spesso si legge nella rete, principalmente perché non esiste un regime. Ogni organo di stampa può essere più o meno allineato politicamente ed il lettore, prima di commentare, ha il diritto ed il dovere di ascoltare e leggere anche opinioni differenti e magari discordanti dalle proprie. Dovremmo lasciare il tifo calcistico negli stadi ed iniziare a pensare che il processo di informazione avviene soprattutto mettendo in dubbio tutto ciò che leggiamo o sentiamo. Sarebbe errato, dunque, etichettare fenomeni di post-verità come libertà di opinione dal momento che le fake-news, minando alla salute dell’informazione pubblica, danneggiano anche il naturale processo democratico.

RICCARDO PARADISI

 

Seguimi su: Facebook

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...