Ruanda, 1994.

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206678318_26df3ba144_b“Le mie truppe proseguivano sommerse fino alle ginocchia da corpi mutilati; circondate da gemiti gutturali di persone morenti, guardando negli occhi di bambini dissanguati, con le ferite bruciate dal sole e invase da vermi e mosche.”

Questa fu la situazione che Roméo Dallaire trovò nei villaggi del Ruanda, dopo appena venti giorni dall’inizio del Genocidio perpetrato dagli Hutu contro i Tutsi. Il 6 Aprile si commemora l’anniversario dall’inizio di questa terribile pagina della storia Africana durata circa 100 giorni ma costata la vita a quasi un milione di persone. Il Ruanda del 1994 sembra ormai lontano sia nello spazio che nel tempo ma può ancora farci riflettere sull’importanza dei diritti umani e sul ruolo che le organizzazioni internazionali esercitano nella loro tutela.

Gli scontri etnici fra gli Hutu e la minoranza Tutsi risalgono alla dominazione Tedesca e poi Belga della zona in cui oggi sorgono Ruanda e Burundi. I Belgi furono i primi a distinguere i due gruppi in base alla loro classe sociale, etichettandoli come membri di razze differenti ed iniziando a collaborare con i Tutsi, generalmente più ricchi, per mantenere il controllo dell’area. Alla fine della dominazione Belga nel 1962, la regione si divise in Ruanda e Burundi e nel 1975, nel primo stato, gli Hutu salirono al potere rovesciando il dominio Tutsi. Da allora furono sempre presenti persecuzioni etniche.

Nel 1990, in Ruanda scoppiò la guerra civile fra la fazione leale al presidente Juvénal Habyarimana (Hutu) ed il Fronte Patriottico Ruandese (RPF), guidato da dissidenti Tutsi. Gli scontri andarono avanti fino agli Accordi di Arusha del 1993 che avrebbero dovuto far cessare le ostilità. Nello stesso anno, l’ONU autorizzò una missione in Ruanda, l’UNAMIR, con il compito di far rispettare gli accordi e mantenere un cessate-il-fuoco durante un periodo di transizione verso elezioni democratiche. Roméo Dallaire era il comandante della missione e disponeva di 2.548 soldati delle Nazioni Unite, molti dei quali provenienti dal Belgio.

Nel Gennaio 1994, il comandante Dallaire inviò un dispaccio a New York in cui avvertiva le Nazioni Unite delle sinistre intenzioni degli Hutu che, da tempo, avevano iniziato ad accumulare armi e a stilare liste di Tutsi residenti a Kigali. Il comandante chiese l’autorizzazione per poter effettuare un raid contro i magazzini degli Hutu ma la sua richiesta venne negata da Kofi Annan, responsabile delle “peacekeeping operations”. La richiesta di rinforzi del Belgio fu, in seguito, bloccata dagli Stati Uniti. Sembrava che nessuno fosse intenzionato a portare avanti una missione di pace “aggressiva”.

Il 6 Aprile 1994, l’aereo presidenziale con a bordo i presidenti di Ruanda e Burundi venne abbattuto in circostanze ancora poco chiare. Infatti, sia RPF che la frangia estremista Hutu furono i primi sospettati, in quanto entrambi i gruppi si erano dichiarati contrari agli Accordi di Arusha. Quella fu il pretesto che gli Hutu stavano aspettando. Nell’arco di poche ore le milizie Ruandesi bloccarono le principali vie di fuga di Kigali mentre “Radio Mille Collines”, la radio degli estremisti Hutu, iniziò a diffondere i nominativi e gli indirizzi dei “cattivi patrioti”. Così iniziarono le violenze contro i Tutsi e gli Hutu moderati e con queste ricominciò anche la guerra civile, sospesa dagli accordi di pace.

Le forze dell’UNAMIR vennero incaricate di proteggere i cittadini stranieri in Ruanda e di assicurare loro un veloce rimpatrio, dopodiché l’ONU evitò di mettere in chiaro le regole di ingaggio e, presto, Stati Uniti e Belgio richiamarono le proprie truppe dal Ruanda, lasciando Dallaire con soltanto 503 unità. Nessuno era interessato a quel Genocidio che si stava consumando e tutti temevano di ripetere la fallimentare missione Somala.

Dallaire richiese l’invio di rinforzi a scopo deterrente ma non fu ascoltato e si impegnò a stabilire una zona sicura a Kigali in cui protesse circa 25.000 Ruandesi. ONU e Stati Uniti preferirono far finta di nulla, tradendo i principi della Convenzione sul Genocidio del 1948. Così, le violenze si conclusero soltanto a metà Luglio 1994, dopo più di 100 giorni e quasi un milione di morti. Si calcola che in media vennero uccise circa 8.000 persone al giorno, 5 ogni minuto. Il machete fu l’arma più usata per portare avanti il Genocidio perché meno costoso delle armi da fuoco ma decisamente più “sporco”.

Restano ombre su questo drammatico evento. Il The Guardian nel 2000 riportò la notizia che nel 1990 il segretario generale dell’ONU Boutros-Ghali, durante il suo mandato da ministro degli esteri Egiziano giocò un importante ruolo nella vendita di armi al regime Hutu. Il Presidente Clinton, inoltre, chiese più volte scusa per quanto avvenuto in Ruanda, malgrado la totale indifferenza mostrata dagli Stati Uniti durante i 100 giorni di violenze.

Dallaire, tornato il Canada dopo aver assistito impotente al Genocidio, scriverà nelle sue memorie: “La mia anima è in Ruanda. Non è mai tornata indietro e non sono sicuro che tonerà mai”. Tradito ed abbandonato dalle istituzioni per cui aveva combattuto, Dallaire iniziò a soffrire di disturbo da stress post traumatico e tentò il suicidio nel 2000. Oggi si batte per i diritti umani come, 23 anni fa, si batté con un manipolo di uomini per salvare quante più vite possibile, isolato e senza aiuti.

Commemoriamo le vittime, questo 6 Aprile, pensando a quanto siamo fortunati a vivere in uno stato di diritto, impegnandoci affinché la tutela dei diritti umani non venga considerata un principio con cui riempirsi la bocca ma un valore irrinunciabile.
RICCARDO PARADISI
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