L’UE accoglie o tradisce i migranti?

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Sembra lontano il 2015. In politica due anni sono un lasso di tempo importante, soprattutto in un mondo come quello attuale, nel quale ogni cosa viaggia su binari temporali sempre più veloci. Eppure proprio nel 2015 Viktor Orban, Presidente dell’Ungheria dichiarò di voler fermare i flussi migratori con un muro. I paesi europei tuonarono contro questa proposta, drastica, eccessiva e quasi “offensiva” agli occhi di chi ammirava ed ammira l’Unione Europea come baluardo di civiltà ed accoglienza. Furono momenti concitati quelli, momenti nei quali i paesi dell’Unione ed i suoi rappresentanti iniziarono una vera e propria campagna denigratoria contro chi aveva avuto il coraggio di ribellarsi ad una politica scellerata e senza alcuna base di raziocinio. Il 2015 è stato l’anno dei grandi annunci, di chi aveva innalzato l’Unione Europea a grande protettrice dei diritti umani, dei rifugiati, di chi fugge dalla guerra. Eppure questa immagine appassisce sempre di più al passare dei mesi. Una politica, infatti, non è tale se propagandata, ma se viene adeguatamente attuata. Questo forse è il grande tasto dolente dell’Unione Europea che, in questi momenti “critici”, mostra tutta la sua forma inter-nazioni, più che di unione di intenti e di scopi. In questi momenti viene fuori la sua natura di somma di interessi singoli, più che la sua figura di sostegno e collaborazione reciproca. Quando Orban dovette fronteggiare i flussi migratori, fu costretto a farlo da solo, senza alcun tipo di rassicurazione né supporto da parte dell’Unione. Come si può lasciare uno stato solo in un momento così difficile, dove i numeri di persone che stanno muovendosi risultano impressionanti? La risposta logica, unilaterale fu quella di chiudere, di dire basta non solo a questi flussi umani immensi, ma di dire basta anche alla non curanza delle Istituzioni Europee dinanzi al fenomeno. Nonostante la retorica critica nei confronti di questa misura “estrema” dinanzi a questo flusso incontrollato, le azioni dell’Unione e delle sue Istituzioni di certo non sembravano dar torto ad Orban. E’ importante ricordare l’accordo raggiunto con la Turchia affinchè la rotta balcanica venisse chiusa, accordo che è stato rafforzato da misure militari, con impiego di mezzi ed imbarcazioni per evitare che ulteriori migranti arrivassero in Grecia, oppure l’Operazione Sophia, lanciata dall’Unione stessa per smantellare il traffico illegale di migranti. Se questa è stata la risposta operativa, la risposta “politica” non sembrava essersi discostata molto. E’ importante infatti richiamare il “Piano d’azione dell’UE contro il traffico di Migranti (2015-2020)” proposto dalla Commissione Europea nel medesimo anno. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se la retorica politica ha ormai perso appeal, sempre più fumosa e sempre meno veritiera, sempre più caotica e sempre meno capace di informare. Il “Piano” è l’esempio lampante come retorica e fatti, poi, non vadano d’accordo, perché al fronte di una grande “fratellanza” e grande “apertura”, pronunciata e proclamata, il riscontro sembra essere quasi diametralmente opposto. Andando ad analizzare questo documento, non si riscontra un solo accenno agli elementi sopra citati, ma anzi viene fuori come l’immigrazione irregolare sia dannosa, nociva, vada contrastata con ogni mezzo possibile, per salvaguardare sia i diritti umani, ma anche preservare la sicurezza e smantellare il vero e proprio commercio che sottende ad essa. Non meno importante come elemento di riflessione è la questione rimpatrio. Sebbene la pratica non sia particolarmente agevole da attuare, per numerosi motivi su cui non intendo soffermarmi in questo articolo per complessità ed articolatezza, essa era già ampiamente auspicata, incentivata e foraggiata dalla stessa Commissione Europea. In due anni, però, di cose ne son successe. La rotta balcanica è stata chiusa sotto un lauto pagamento da parte dell’Unione alla Turchia di Erdogan, il tasto dolente, la rotta mediterranea, permane. Non è un caso che ad oggi tutti gli sforzi che si stanno compiendo vanno proprio in quella direzione. Le rotte marittime sono scenari molto diversi da quelli terrestri ed il diritto si conforma a questa diversità. Proprio in questo contesto si inserisce l’accordo tra Italia e Governo Libico di Serraj, riconosciuto internazionalmente da cui partono la maggior parte dei flussi migratori. In questo ambito l’Italia ha rivendicato il suo ruolo egemonico nel Mediterraneo, per motivi geografici e politici, prendendo l’Unione Europea per mano ed assumendosi le proprie responsabilità. Il “Bel Paese” ha finalmente fatto da ponte tra l’Unione e lo scenario del Mediterraneo, complesso, articolato e di difficile lettura riuscendo, seppur con difficoltà, a raggiungere un traguardo importante. L’impegno di Serraj a bloccare le rotte migratorie illegali costituisce una piccola grande vittoria, analizzando la difficile situazione libica ed il numero in aumento di persone che continua a sbarcare sulle nostre coste. Delegare ai paesi di confine la risoluzione di situazioni così spinose può essere letta in due chiavi diverse, entrambe veritiere: la prima è quella di lasciare ai paesi di “frontiera” risposte a questi problemi, conoscendo meglio le sfaccettature delle variabili in gioco, la seconda è la poca volontà dei paesi del blocco “continentale” nel volersi impegnare in queste vere e proprie imprese diplomatiche. Il vertice tenutosi a Malta tra i leader dell’Unione si è mosso in questo senso, avallando gli sforzi compiuti dall’Italia nel contrastare la rotta illegale mediterranea, con un ulteriore sostegno da parte di Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, che già da tempo invocava la chiusura di questi flussi irregolari. E’ evidente, quindi, la discrepanza che esiste tra “dichiarazioni della prima ora” e fatti. E’ una discrepanza che non deve essere sottovalutata, perché non solo ha buttato fumo negli occhi a chi sperava ad una apertura totale dei confini europei, ma anche a chi, invece, crede che l’Unione poco si curi della problematica. I limiti del caso sono importanti. Le Convenzioni internazionali sui rifugiati andrebbero senza dubbio aggiornate, dato che risalgono al lontano 1951, così come gli accordi di Dublino sull’accoglienza, ma ciò che più è importante sottolineare è che l’Unione ha preso coscienza di sé, ha preso coscienza dei propri limiti ed anche della scarsa volontà dei singoli Stati Membri a volersi prendere cura di un flusso crescente di persone che intendono entrare sul suolo europeo. La domanda, però, sorge spontanea: perché non essere chiari in merito? Perché l’Unione non si esprime, ancora, senza mezzi termini che non vi è posto per tutti e forse nemmeno la voglia di dare accoglienza a tutti? Ma soprattutto, perché sventolare questi valori di fratellanza, quando nei fatti poco si possono riscontrare? Perché dover per forza innalzarsi a conservatori di valori che, probabilmente guardando alla nostra storia del ventesimo secolo, non ci sono mai appartenuti? Dovremmo probabilmente mettere da parte questa retorica, scarna, vuota ed assumere le responsabilità che le scelte, seppur dolorose, comportano. Perché a distanza di due anni, il Presidente Viktor Orban e tutti i movimenti contrari all’immigrazione irregolare, contrari ad una politica troppo aperta a questi flussi, sembrano aver vinto. Sembrano aver vinto forse perché più lungimiranti, forse perché hanno deciso di non dare adito a questi valori professati, ma privi di riscontro concreto. Ciò che emerge, senza dubbio, è che l’Unione sta abbandonando progressivamente anche questo approccio retorico al problema, privilegiando maggiormente un realismo dei fatti, che alla fine del percorso, tende sempre a prevalere. E Le future elezioni in Francia e Germania potrebbero definitivamente sancire la fine delle politiche di “apertura” e porre fine a questi flussi, che son veri e proprie fabbriche di denaro per le organizzazioni criminali che vi lucrano sopra.

MAURIZIO TROIANO

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