STATI UNITI E TERRORISMO ISLAMISTA SONO INTIMI NEMICI?

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Gli Usa hanno sempre avuto un’ingerenza ingombrante nel Medio Oriente cercando di giustificare le loro azioni nel mondo arabo come più che legittime, di interesse quasi globale, la cui doverosità non doveva e non poteva essere messa in discussione. È capitato di valutare certe azioni ed alcuni interventi degli “amici a stelle e strisce” in paesi cosiddetti islamici come doverosi, inquadrando la questione terroristica come una “normale” disputa semplificata in un quasi infantile “noi (buoni) contro loro (cattivi)”. Ci si può accorgere, analizzando la storiografia in merito, che questa concezione della tematica in questione è scadente e non completa, almeno finchè gli Stati Uniti non ammetteranno di voler mantenere  nel Vicino Oriente degli interessi importanti. Gli stessi sono però lontani geograficamente e gioco-forza devono dotarsi di avamposti radicati sul territorio capaci di ottemperare le richieste di Washington: Israele  è uno di questi ed è espressamente dichiarato. Contemporaneamente però convive con altri “alleati” non per forza notificati al grande pubblico. È stata la politica americana del containment il primo approccio al mondo arabo, i Fratelli Mussulmani in Egitto o i terroristi Jamaat-e-Islami in Pakistan sono due esempi pratici di transenne al comunismo nelle masse arabe. Tuttavia è

utile individuare nel preciso anno del 1979  un punto chiave nello sviluppo del terrorismo islamista, per come è conosciuto oggi, a causa di eventi sbocciati in quell’anno a breve distanza nel Medio Oriente che hanno avuto ripercussioni importanti nell’Occidente americanizzato. Ne possiamo evidenziare ed analizzare tre: la Rivoluzione Islamica Iraniana di Khomeyni, l’ascesa al potere di Saddam Hussein in Iraq e l’invasione sovietica in Afghanistan. La defenestrazione a Teheran dell’alleato statunitense Reza Pahlavi, ex monarca del paese, in favore dell’ostile Khomeyni, ha causato ripercussioni nei rapporti tra Usa ed Iran, spingendo gli statunitensi a definire l’Ayatollah addirittura un incubatore del terrorismo, pericoloso per l’ordine mondiale. I rapporti tra i due paesi si sono incrinati definitivamente fino alla crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana. Nel frattempo Saddam Hussein era diventato presidente dell’Iraq e successivamente aveva dichiarato guerra proprio all’Iran scatenando un conflitto sanguinoso. In questo apparve evidente come gli Stati Uniti rifornissero con armi entrambi gli schieramenti allo scopo di farli esaurire reciprocamente non tanto perché considerati pericolosi in ottica terrorista (come è stato detto), ma perché semplicemente invisi a Washington. Infine, l’invasione sovietica in Afghanistan fu il modo attraverso il quale l’estremismo islamico ricevette per la prima volta il pieno sostegno degli Usa; la CIA infatti armava ed addestrava nel vicino Pakistan quasi 35.000 jihadisti che poi avrebbero combattuto come mujaheddin in Afghanistan per liberare il paese dalle truppe sovietiche. Tra questi vi era anche un giovane saudita al tempo sconosciuto ma poi rivelatosi il volto principale della “minaccia terrorista” nonché l’ideatore degli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001: Osama Bin Laden. In merito vi è una famosissima teoria del complotto tesa a spiegare i rapporti tra la famiglia Bush e quella di Bin Laden, la “parentela” tra Stati Uniti ed Al-Qaeda ed il crollo delle Torri Gemelle come un semplice pretesto per avviare una “Guerra al terrorismo” che va a braccetto con interessi su petrolio, gas, oleodotti, armi, ricostruzioni post-belliche ed indebolimento di nemici di Israele. E diventa difficile spiegare alla luce dell’alleanza Usa-Arabia Saudita, successiva ai dissapori con l’Iran germogliati con Khomeyni, come mai gli attentatori dell’11 Settembre fossero quasi tutti sauditi. Neanche un mese dopo il grave attentato gli Stati Uniti occuparono infatti l’Afghanistan, accusato di dare rifugio ad Al-Qaeda, e si stabilirono militarmente nel cuore del continente asiatico. Poi, i sospetti in merito alla detenzione o meno di armi di distruzione di massa, il presunto appoggio del leader del paese al terrorismo islamista ed infine la volontà di destituirlo poiché dittatore sanguinario sono i motivi ufficiali per un altro intervento militare americano, stavolta in Iraq. Essendo poi successivamente stati sostanzialmente smentiti, per ragioni ed argomentazioni diverse, tutte e tre i casus belli proposti, il rimando del pensiero va alle supposizioni cospirazionistiche di cui sopra. Ma sembra che nel Maggio 2011 forse sia tutto finito quando ad Abbottabad, in Pakistan, Bin Laden viene ucciso. Su questo evento tralasceremo il fatto che i Navy Seals impegnati nella delicata operazione risultano ad oggi quasi tutti morti. Saranno però le Primavere Arabe l’assist servito agli Usa per il nuovo leitmotiv terrorista quando in Siria, in seguito alle proteste contro il governo, scoppia una violenta guerra civile: è l’occasione per provare a rovesciare al-Assad, stretto alleato di  Mosca la cui posizione risulta essere strategicamente fondamentale nel Medio Oriente. Spunta sotto i riflettori quindi lo Stato Islamico di Al-Baghdadi che, già prigioniero nelle carceri statunitensi durante il conflitto in Iraq, offusca quasi definitivamente l’Al-Qaeda di Bin Laden. Distruggere economicamente e materialmente la Siria, ma anche il Libano, la Palestina, l’Iran e l’Iraq confinanti, attraverso rifornimenti ai “ribelli” e/o bombardamenti  aerei sugli stessi paesi è il nuovo programma strategico individuato da CIA, MI6 e Mossad coadiuvati sul campo dai “terroristi cattivi”. Quindi, per evitare l’effetto domino prima, la sete di dollari poi ed il perseguire obiettivi politico-strategici adesso, oltre alla fondamentale difesa di Israele, gli Usa si servono di terroristi islamici per perseguire scopi in Medio Oriente. Infine si può notare come all’approccio “diretto” ed imperialista di Bush si è sovrapposto poi quello di Obama, più velato, subdolo ed ambiguamente pacifista. Ci si chiede ora, considerando soprattutto i buoni rapporti tra Trump e Putin ma anche i bandi, sempre voluti dall’amministrazione Trump, rispetto all’immigrazione proveniente da paesi islamici, cosa ci riserverà il futuro rispetto a quest’infuocata questione geopolitica i cui interessi, veri,  sono occultati nelle segrete stanze del potere. E  terminata la questione siriana, chi sarà il nuovo “nemico”?

NICCOLO’ BELLUGI

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