Un Regno diviso

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Per decenni, il Regno Unito è stato l’archetipo della democrazia maggioritaria pura. Tony Blair, durante gli anni da primo ministro, dichiarò più volte che quello britannico fosse “il governo più centralizzato fra tutti i grandi stati occidentali”. Peccato che, già nel 1997, lo stesso Blair annunciò la fine di un’era quando sconfessò le sue precedenti dichiarazioni arrendendosi all’evidenza che la “devoluton” avesse preso piede in UK. Nello stesso anno, infatti, un referendum decretò la creazione di assemblee nazionali rispettivamente in Scozia, Galles ed Irlanda del Nord.
Facciamo un salto avanti di venti anni. Dall’inizio della “devolution” due sono stati i grandi eventi che hanno colpito al cuore lo stato di sua maestà: il Referendum per l’indipendenza scozzese del 2014 ed il referendum per la Brexit del 2016.Il primo ha segnato un precedente storico ed ha dimostrato quanto lo “Scottish National Party” (SNP), guidato da Nicola Sturgeon, sia in prima linea nella lotta per l’indipendenza. Il referendum si è concluso con una sconfitta da ambo le parti. Se, infatti, da un lato hanno prevalso gli unionisti, dall’altro l’indipendenza ha guadagnato quasi il 45% delle preferenze, fotografando una realtà nazionale divisa esattamente in due.
Secondo fatto. Il referendum per la Brexit è stato un errore politico da libro di testo. La democrazia diretta è sempre un’incognita e lo è ancor più quando vengono portate avanti campagne referendarie all’insegna della paura piuttosto che su fatti concreti e dati appurati. A seggi scrutinati è stato chiaro che si stesse profilando una sconfitta per tutti: Conservatori, Laburisti e movimenti Nazionalisti. La Brexit ha vinto con uno scarto di quasi 4 punti percentuale a livello nazionale ma si sono registrati dati molto discordanti a livello regionale. Inghilterra e Galles hanno preferito il “leave”, Scozia e Irlanda del nord hanno votato per il “remain” in modo massiccio aprendo interessanti quesiti sul loro futuro all’interno del Regno Unito.
Sin da subito, in Scozia si sono nuovamente infuocati gli animi indipendentisti. Probabilmente, se si votasse domani, i risultati di un referendum sull’indipendenza sarebbero più simili ad un pareggio o potrebbero addirittura ribaltarsi. Nicola Sturgeon ha più volte sottolineato lo spirito europeista scozzese ed ha minacciato la scissione nel caso di una Brexit dura. Arresa all’evidenza che il governo di Theresa May voglia troncare ogni rapporto con Bruxelles, la Sturgeon ha annunciato lo scorso lunedì la sua intenzione di chiamare gli scozzesi nuovamente al voto fra l’autunno 2018 e la primavera 2019. Il governo inglese ha, ovviamente, dichiarato la sua contrarietà.
Fra Londra ed Edimburgo si sta consumando una braccio di ferro dalle tempistiche precise. Le date indicate da Nicola Sturgeon non sono casuali: se il governo di Londra attivasse la procedura descritta nell’articolo 50 del TUE nella primavera 2017, non riuscirebbe a staccarsi da Bruxeles prima della seconda metà del 2019. Il governo scozzese vorrebbe, quindi, votare sull’indipendenza mentre il Regno Unito è ancora membro dell’UE in modo da avvalersi di questo fatto per restare in Europa senza dover passare dalla lunga procedura di adesione, evitando così anche il probabile veto della Spagna, spaventata dall’indipendenza Catalana. Theresa May, invece, vorrebbe rimandare il referendum a dopo la Brexit. In questo modo il tema europeo verrebbe meno nel dibattito sull’indipendenza e gli Scozzesi voterebbero senza farsi trasportare da alcun tipo di sentimento pro-Europa.
Un altro campo dove si giocherà il futuro del Regno Unito sarà l’Irlanda del Nord. La hard-Brexit ed il ritorno dei presidi alle frontiere sono uno spauracchio per il governo di Belfast che teme un ritorno del terrorismo, scomparso dopo l’accordo del Venerdì Santo nel 1998 di cui la Brexit fa venire meno le condizioni. Lo scorso 2 Marzo si sono tenute le elezioni per l’assemblea Nord Irlandese. Il partito Unionista Democratico, fedele al governo di Londra ha vinto soltanto 28 seggi mentre Sinn Féin, il partito che lotta per l’unione con l’Irlanda, ne ha conquistati 27. E’ stato un risultato storico che getta l’Ulster nel caos politico. Con questi numeri nessun partito può sperare di governare e si teme il governo diretto da Londra.
La questione europea gioca un ruolo chiave nella partita sull’unione delle due Irlande. Dalla Brexit, Dublino potrebbe uscirne rafforzata. L’adesione all’UE e il regime fiscale agevolato per le aziende rendono la capitale irresistibile per le multinazionali in fuga da Londra. Conosciuta come una delle economie più precarie d’Europa, l’Irlanda ha mantenuto un PIL del 7,6% nel 2015 riguadagnando il nome di “Tigre Celtica”, chiudendo definitivamente il capitolo Crisi. Inoltre, l’unione con L’Irlanda del Nord potrebbe essere l’ultimo passo per il totale affrancamento dell’Isola di Smeraldo dal Regno Unito.
Da poco sono iniziati i dibattiti negli ambienti accademici circa il futuro dell’Eire ed il presidente della Repubblica di Irlanda ha annunciato la sua intenzione di indire un referendum per il diritto di voto agli Irlandesi residenti all’estero. Molti vedono in questa mossa un tentativo di avvicinare i cittadini dell’Ulster alla politica della Repubblica.
Il futuro a Londra sembra incerto. L’unione scricchiola e viene da chiedersi quale sia il costo che Theresa May sarà disposta a pagare per la totale indipendenza da Bruxelles. Il referendum sulla Brexit ha dimostrato che il volere popolare vince su tutto e non dovremmo sorprenderci se le cartine politiche dei prossimi anni mostreranno confini inediti e nuovi stati.
 
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