L’ISIS SENZA CONFINI: VIAGGIO IN UZBEKISTAN

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Sentendo nominare la città di Samarcanda, inevitabilmente il pensiero di molti andrà all’indimenticabile canzone di Roberto Vecchioni del 1984, la quale ancora oggi ci delizia con il suo straordinario contenuto e la sua lirica. Tuttavia, in pochi sapranno dove si colloca questa città. Samarcanda si trova  nella Repubblica dell’Uzbekistan che si trova nel cuore dell’Asia Centrale.L’Uzbekistan ha un territorio di quasi mezzo milione di chilometri quadrati, che si estende dalle sponde del lago d’Aral fino al massiccio montuoso dell’Alaj. Fin da tempi molto antichi, questa terra ha rappresentato una meta imprescindibile per i mercanti della Via della Seta. La sua terra è popolata da pastori i quali portavano a pascolare i loro greggi nelle sterminate praterie dell’Asia centrale. Tuttavia, ormai da alcuni anni, queste pianure sterminate sono abitate da una bestia particolarmente efferata, che da diversi anni anche noi occidentali conosciamo molto bene: la jihad islamica. Ma andiamo con ordine. La popolazione uzbeka, circa trenta milioni di persone in tutto (peraltro molto giovane) si appresta ad affrontare un’importante sfida, che si ripercuoterà anche sul panorama geopolitico internazionale. La morte di Islam Karimov (1938-2016) che aveva governato ininterrottamente il paese fin dal 1991 ha aperto una serie di importanti interrogativi. Va infatti detto come l’Uzbekistan  è un nodo strategico per la fitta rete eurasiatica, trovandosi lungo un percorso che collega Pechino al cuore dell’Europa a livello energetico e infrastrutturale.  Dal 2001, l’ex repubblica sovietica agisce nel Gruppo di Shanghai, un organismo intergovernativo in cooperazione con la Russia e la Cina. È importante notare come, oltre alle sfide economico-commerciali, dopo la scomparsa di Karimov sarà fondamentale la questione dei diritti umani. L’ex premier, nel suo quarto di secolo al governo, ha mantenuto un potere fortemente accentrato ed autoritario, allo scopo di contenere i contrasti etnici e religiosi emersi dal 1989. Infatti, nonostante la popolazione uzbeca sia fortemente frammentata a livello etnico, a livello religioso è fondamentale ricordare che la maggioranza della popolazione sia costituita da musulmani sunniti; questo, inevitabilmente, ci porta a parlare delle infiltrazioni terroristiche e della loro minaccia per la stabilità interna.
La più grave minaccia in tal senso è rappresentata dai militanti del Movimento Islamico per l’Uzbekistan(MIU), fondato nel 1998, alleatosi di recente con lo Stato Islamico. Secondo il rapporto 2015-16 di Amnesty International , le autorità uzbeche hanno inasprito le proprie azioni contro i sospetti estremisti; dallo stesso  rapporto  si evince come il governo centrale e le istituzioni giudiziarie abbiano usato il “pugno duro” ossia la tortura per estorcere confessioni e dichiarazioni. Tale fenomeno repressivo è stato legittimato da parte del governo fin da metà anni Novanta, con la necessità di arginare il crescente radicalismo islamico. Ciò ha portato a numerosi attacchi terroristici da parte del già citato MIU nella capitale Tashkent; suddetto gruppo si è inoltre alleato con i talebani(fine anni 90) ed è finanziato dal traffico di stupefacenti in Asia Centrale. Per sfuggire alle rappresaglie governative ha trasferito le proprie installazioni militari nel vicino Afghanistan o nelle zone più impervie del Tagikistan. Nonostante l’intervento militare  a guida statunitense in Afghanistan a fine 2001 portò alla perdita di suddette basi, il gruppo si è rapidamente ricostruito, potendo contare  ancora oggi su diverse centinaia di guerriglieri. Le campagne uzbeke , dove l’economia del baratto è ancora diffusa, il tasso  di disoccupazione è ancora molto elevato ed assieme all’alto impatto demografico, sono potenziali fattori destabilizzanti. Dunque, la deriva islamista può trovare un humus particolarmente fertile nel malcontento popolare, specialmente nella regione della valle di Fergana, dove il MIU ha creato una sorta di stato-guscio. Riguardo sempre al rapporto con l’ISIS, esso è nato recentemente, ovvero a seguito dell’annuncio della morte del leader dei talebani, il mullah Omar; a seguito di ciò, il MIU ha espresso la propria fedeltà allo Stato Islamico. Il giuramento di fedeltà agli uomini neri di Al Baghdadi è stato ricompensato con l’allocazione di 70 milioni di dollari da parte dell’ISIS, derivanti dallo spaccio di eroina dall’Afghanistan, oltre che dall’esportazione di petrolio dai territori di Iraq e Siria sotto controllo del sedicente Califfato Islamico. Altra questione particolarmente delicata, concernente il futuro, riguarda la ricche risorse naturali, come il gas( di cui l’Uzbekistan è tra i 15 maggiori produttori mondiali), generose miniere d’oro, giacimenti di petrolio e piantagioni di cotone, di cui è il secondo maggior produttore mondiale dopo gli USA.  Se, nelle relazioni internazionali, in passato Kerimov aveva intrattenuto ottimi rapporti con la Federazione Russa, esso si era dimostrato disponibile anche al dialogo con l’Ue, nonostante le numerosi critiche per la drammatica situazione dei diritti umani nel paese. Per il prossimo futuro, chiunque sarà il successore dello scomparso presidente, non si profila all’orizzonte un’inversione di tendenza nei metodi repressivi usati per contrastare la minaccia jihadista. L’Uzbekistan continuerà ad essere la cartina tornasole degli esiti nella lotta al terrorismo nel cuore dell’Asia, sperando che, come detto all’inizio dell’articolo, Occidente ed Oriente possano incontrarsi in merito a ciò, e non solo per una mera questione geografica.

ANDREA MARROCCHESI

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