ITALIA E LIBIA, WALZER A TRE CON HAFTAR E Al-SERRAJ

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Roma e Tripoli finalmente giungono ad un accordo. Con la caduta del Governo Gheddafi la Libia è caduta in un caos politico, che non conosceva ormai da tempo, tanto da portare alla frammentazione dell’intero paese. La caduta di Gheddafi e la fine del suo monopolio sulla politica libica ha mostrato il vero volto della Libia, un paese spaccato al suo interno per differenze politiche, culturali, economiche e sociali, uno stato tanto vasto quanto eterogeneo. Ad oggi la situazione non sembra essere migliorata, le differenze e le difficoltà permangono. Lo scacchiere libico è contorto, i “Re”, Al-Serraj ed il generale Haftar, sono deboli e con scarso controllo sul territorio e sempre più debbono essere supportati per sopravvivere, dalle loro “Regine”, le potenze Occidentali per il primo e Russia e Cina per il secondo. Il loro potere coercitivo, che contraddistingue la vera sovranità di uno Stato, è sempre più sbandierato, eppure la realtà ci suggerisce il contrario. Haftar staziona stabilmente a Tobruk, non riconoscendo il governo di Serraj,con sede a Tripoli, città di cui non ha il pieno controllo. Nessuno però cita le milizie islamiche che praticano scorribande sul territorio, né tanto meno si citano le tribù libiche che detengono il vero potere nel sud del Paese. 

Nonostante questi due ultimi “soggetti” non vengano pressoché mai considerati dall’opinione pubblica nella loro concreta importanza, giocano un ruolo fondamentale e la pacificazione della Libia passa proprio da loro. Chi prima riuscirà ad accattivarsi le loro simpatie e lealtà, sarà il vero vincitore di questa delicata partita a scacchi, in quanto assicurerebbero una maggioranza schiacciante. Mi sembra irrealistico che Haftar possa scendere a patti con le milizie islamiche, né tanto meno con i membri dei “Fratelli Musulmani”, da lui tanto odiati e che di fatto hanno condotto alla frattura del Governo di Unità Nazionale Libico, di cui egli stesso faceva parte. Le tribù che stazionano nel Sud del paese sono un pesante ago della bilancia, controllano ampie porzioni del paese, ma soprattutto le sue frontiere, gestendo di fatto gli ingressi sul territorio. In questa ottica è pervenuta la bozza di “Accordo” tra Italia ed il Governo di Al-Serraj, al fine di contrastare i flussi migratori illegali all’interno della Libia. Al-Serraj ha riconosciuto che il traffico di migranti è un crimine contro l’umanità, ma solo dopo aver ottenuto una lauta promessa dall’Unione Europea di un adeguato supporto materiale ed economico. La guardia costiera libica è attualmente supportata da contigenti europei nel percorso di capacity building per contrastare le partenze ed inoltre essa ha ricevuto motovedette dall’Italia per fronteggiare il problema, in quanto a corto di mezzi. In tutto questo disperato tentativo di ricostituire un ordine, un equilibrio dall’esterno, le milizie islamiche e le tribù libiche continuano ad intascare grandi somme di denaro dal commercio di vite umane. Senza dubbio è indispensabile porre un rimedio, bisogna individuare un “alleato” che possa assicurare la migliore soluzione nel minor tempo possibile. Ma è veramente Al-Serraj l’uomo giusto? E’ Tripoli il governo giusto? Colui che ha deciso di coinvolgere i Fratelli Musulmani nella ricostruzione del Paese minando quei sottili equilibri tra forze militari, politiche e sociali che si erano create? Per mostrarsi lungimiranti ed assicurare una pace solida l’approccio è quella del maggior coinvolgimento possibile, ipotesi che non sembra essere stata minimamente contemplata all’interno della diplomazia occidentale. La frattura, però, è evidente. Ciò che più deve far riflettere è che nessuno ha assicurato la vittoria di Al-Serraj in Libia. Si è deciso di scommettere molte risorse su di un “cavallo”, senza alcuna rassicurazione in merito al suo successo. Le somme in ballo sono notevoli, si parla di circa 200 milioni di euro da fondi Europei e 10 pattugliatori alla Guardia Costiera Libica, investiti senza alcuna certezza di vittoria e con la possibilità che Al-Serraj fallisca nei suoi intenti. A tutto questo va sommato, inoltre, che il governo di Tobruk non è minimamente contemplato né coinvolto, sebbene abbia un suo peso in una certa area, non indifferente, del paese. Chi ci assicura che Haftar non trionfi e che un giorno l’Italia e l’Europa non possano ritrovarsi un “avversario”, nelle acque del Mediterraneo ed ancor più di fronte alle proprie coste? E soprattutto perché ignorare deliberatamente Haftar, unico soggetto ad essersi fortemente esposto contro i “Fratelli Musulmani”, la cui esistenza non ha di certo aiutato il processo di democratizzazione di alcuni paesi coinvolti nelle Primavere Arabe, tra cui l’Egitto stesso ora nelle mani del Generale al-Sisi? Roma e Tripoli si abbracciano,timido segnale di apertura nel disperato tentativo di fermare l’immigrazione che parte dalle coste libiche. Ma siamo sicuri che Tobruk non possa essere il terzo incomodo, che non possa scalzare il governo di Tripoli e riprendere la Libia sotto la sua “egida” e sotto il suo controllo? In tal caso tutti gli sforzi Italiani ed Europei saranno stati non solo inutili, ma anche controproducenti, tanto da creare un nemico proprio al di là del Mediterraneo. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, sostiene infatti: “Infliggere ingiustamente perdite alla gente è rischioso se le vittime sono in condizione di vendicarsi”. 

MAURIZIO TROIANO

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