L’UE e la lotta contro l’euroscetticismo

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Alzi la mano chi prima del 2008 aveva mai sentito parlare di euroscetticismo. Non sarete tanti, anche perché fino ad allora la conoscenza circa l’Unione Europea verteva sulla sua esistenza, sull’euro e sulla partecipazione o meno di alcuni paesi. L’Italia, attualmente uno dei paesi più euroscettici d’Europa, addirittura si fregia del titolo di membro fondatore, evidenziando appunto una frattura che è nata successivamente e che oggi è pane quotidiano per molti partiti nazionali. La crisi finanziaria globale del 2008 ha fatto scricchiolare l’UE e gli Stati Membri con le economie più fragili, incapaci dal 2002 di stampare moneta a proprio piacimento, hanno sofferto e soffrono la recessione. Non trovano quel sollievo appellandosi ad un Unione, sì proprio Europea, che dovrebbe difendere i propri e quindi anche i loro interessi. Sul panorama europeo si sono profilati nuovi problemi, dal possibile default greco al “Fiscal Compact”, passando per lo “spread”, vero e proprio protagonista sulla scena internazionale. I debiti dei paesi europei sono cresciuti e scongiurata, almeno in parte, la paura dell’insolvenza del debito per molti stati UE, tra cui l’Italia, ad oggi una domanda ricorrente sul territorio europeo è se questa moneta condivisa abbia dei reali benefici sulle economie interne. Ma questa è solo uno delle tante crepe che rendono l’euroscetticismo oggi un pensiero largamente diffuso. Il numero di rifugiati dal 2015 è cresciuto esponenzialmente sul territorio dei paesi facenti parte dell’UE e Grecia e Italia attualmente sono considerati i “porti dell’Europa”. Essi si trovano quotidianamente ad accogliere ingenti quantità di persone e talvolta a dover recuperare cadaveri, il cui viaggio della speranza, tra sovraffollamento sulle imbarcazioni e condizioni igienico-sanitarie pessime, non sempre raggiunge la destinazione stabilita. La Convenzione di Schengen, che prevede la creazione di uno spazio comune in Europa senza controlli alle frontiere, viene messa in ginocchio assieme alla Convenzione di Dublino, secondo la quale il paese di primo arrivo deve occuparsi delle cure e delle richieste d’asilo dei migranti, determinando che alcuni paesi per semplici ragioni geografiche si facciano carico della stragrande maggioranza dei rifugiati. Sono due Convenzioni che necessariamente devono essere rivisitate poiché pensate in anni in cui i flussi migratori non erano neanche lontanamente paragonabili a quelli attuali. Inoltre la questione, da paese a paese, si articola su schieramenti diametralmente opposti: accoglienza rifiutata-accoglienza “sfrenata”, problema nazionale-ripartizione in quote, accordo bilaterale-risposta comune. Proprio poco tempo fa è stato raggiunto un nuovo accordo tra Italia e Libia per contrastare il traffico illegale nel Mediterraneo Centrale. Tuttavia appare evidente che una soluzione europea nella sua interezza è ancora lontana. Anche perché il problema non è solo al Sud dell’Europa, nel Mediterraneo, ma anche in quel Nord nel quale si stanno rivitalizzando i nazionalismi e i populismi xenofobi di destra, che per risolvere questi tipi di problematiche si trovano addirittura ad adottare misure “medievali” come il muro; sono esempi quello eretto da Viktor Orban al confine tra Ungheria e Serbia e quello appena ultimato a Calais, mentre sembra essersi invece arenato il progetto per il muro nel Brennero. Inoltre una “anarchia migratoria” di questo tipo è terreno fertile per il terrorismo islamico ormai sempre più presente sul territorio dell’Unione: l’assioma meno controlli-meno sicurezza viene confermato dagli attentati degli ultimi tempi (Charlie Hebdo, Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino). E quel referendum promosso da Tsipras sul fatto che fosse o meno giusto che la Grecia, e i greci, dovessero continuare a sopportare e sottostare alle richieste della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), che tanto sembrava poter scombinare gli equilibri dell’UE, non è nulla in confronto all’eco della Brexit. Dopo aver confermato l’esito del voto popolare in Parlamento, Il Regno Unito tra due anni saluterà l’Unione Europea. Ultima, ma solo per motivi cronologici, la promessa, che sa più di minaccia della Le Pen di indire un referendum per l’uscita della Francia dall’Unione in caso di vittoria alle prossime presidenziali, “Fransortie”? Battute a parte l’UE sta fronteggiando una vera e propria crisi esistenziale i cui scenari futuri sono difficili da prevedere. Probabile che l’Unione Europea per come è intesa ora deve cambiare. Ma come? Serve più Europa al suo interno? Oppure si assume che è stato un esperimento andato male? E dire che anteriormente al Trattato di Lisbona la possibilità reale e concreta di “uscire” dall’Unione Europea non era neanche contemplata; l’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea, che disciplina tale possibilità, infatti fu una delle tante novità introdotte durante il vertice nella capitale portoghese, quasi a prevedere che future diatribe ci sarebbero state e avrebbero fatto dubitare sulla convenienza o meno di far parte di tale organizzazione. Dal 1957, anno in cui fu firmato il Trattato di Roma nel quale nasceva la Comunità Economica Europea, son passati sessant’anni e molte cose sono cambiate; innanzitutto il nome, poi i partecipanti ed infine la moneta, che per la maggior parte di essi è diventata unica. Ed anche se qualcuno questa sessantenne la vorrebbe mandare in pensione, ci sono ancora molti stati che sono candidati ufficiali per entrare nell’UE (Albania,Macedonia, Montenegro, Serbia e Turchia) e molti altri, già dentro, che cercano di riordinare le proprie economie per rientrare nei Parametri di Maastricht ed iniziare a far parte della cosiddetta Eurozona. Ed anche la stessa Brexit paradossalmente contiene elementi di europeismo: ammesso che il “Leave” ha avuto “solo” il 52% è vero anche che la Scozia vorrebbe un altro referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, al fine di poter poi successivamente ri-aderire “sotto mentite spoglie” all’Unione . Insomma, la verità come spesso succede sta nel mezzo, ma è evidente che, rispetto a qualche anno fa, oggi, la dicotomia Europa Sì-Europa No è un dibattito molto più aperto di quanto si potesse mai immaginare.

NICCOLO’ BELLUGI 

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