Pubblica Amministrazione: Work in Regress

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Se avessimo offerto a Teseo, l’eroico figlio del Re ateniese Egeo, di scegliere tra affrontare il mostruoso Minotauro nel labirinto di Creta o mettere mano nella pubblica amministrazione italiana, sono convinto che la mitologia greca avrebbe tranquillamente seguito il corso che tutti conosciamo. Il paragone forse è un po’ azzardato: Il Minotauro dopotutto divorava sette fanciulli e sette fanciulle che il Re Minosse gli mandava ogni nove anni, la nostra pubblica amministrazione invece brucia quotidianamente una quantità infinita di denaro pubblico per restituire servizi scadenti o percepiti tali. Perché? Da dove nasce questo vulnus? Se analizziamo a grandi linee la storia d’Italia possiamo notare facilmente come ci sia stata, per ragioni diverse nel corso degli anni, una concezione disastrosa del decentramento amministrativo e della partecipazione democratica che questo voleva esprimere. L’articolo 5 della costituzione parla chiaro: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. Detto questo, occorre ricordare cosa è successo in Italia dal 1948 ad oggi per rendersi conto di quanto abbiamo manipolato e

 

travisato il significato dell’articolo 5. Vorrei però, prima di passare ad analizzare le fasi della prima e della seconda repubblica, concentrare l’attenzione sul periodo pre-repubblicano, perché interessante per comprendere il seguito. Il fascismo, studiato nell’ambito esclusivo della gestione della amministrazione statale, è stato un esempio virtuoso di come si gestiscono le risorse pubbliche. Sono di questo ventennio infatti la creazione di un ente importantissimo per il futuro sviluppo industriale italiano come l’IRI e la creazione dell’INPS, che getta le basi per la nascita della previdenza sociale fino ad allora sconosciuta. Questi sono meriti di un regime che la storiografia ha etichettato come un dramma, ma che va anche analizzato per ciò che ha lasciato. Una fase invece profondamente affascinante per l’apparato statale è quella che viene definita prima repubblica, che va dal 1948 al 1992. Affascinante perché si esce da un periodo di profondo disordine sociale ma di grande ordine politico, perché il fascismo era riuscito ad imporsi come forza autoritaria, ma non era riuscito ad eliminare le culture politiche esistenti prima del suo avvento, le quali avevano mantenuto nel silenzio imposto dal regime la loro vitalità e la loro azione. In particolare, è nel periodo che va dall’inizio della fase repubblicana fino alla fine degli anni settanta che la dialettica democratica dei partiti trova i giusti compromessi per imbastire l’impianto burocratico-amministrativo del “sistema paese”. Abbiamo assistito ad un dialogo inter-partitico denso di scontri per via delle differenti culture politiche che animavano l’Italia di quei tempi: la Democrazia Cristiana ed il suo corporativismo sociale, il Partito Comunista con la sua vocazione per uno stato forte e centralizzato come nella migliore tradizione sovietica, i Repubblicani a favore del decentramento dei poteri dal centro alle periferie. Di questi anni è la nascita delle grandi aziende di stato come l’Eni di Enrico Mattei e l’Enel. Ai cultori della materia non sfugge che questo periodo ha partorito anche enti inutili, o comunque non all’altezza di quelli sopra citati, come ad esempio le Comunità montane istituite nel 1971. Il merito della prima repubblica fu senza dubbio quello di portare il paese fuori da una crisi statale profonda e di aver costruito un sistema amministrativo che ha consentito lo sviluppo sotto più punti di vista, sebbene con dei difetti. Il profondo demerito di questa classe dirigente fu la concezione del settore pubblico che degenerò in occupazione partitica, sprechi, sistemi clientelari, che sono passati alla storia con il termine di partitocrazia. La seconda repubblica, al contrario della prima, è costellata di idee confuse, disordine e di grandi cambiamenti per quanto concerne la cosa pubblica. L’inizio di questa fase si apre con le privatizzazioni delle aziende di stato , i dubbi esistenziali sull’efficacia della spesa pubblica e sulla sua incidenza positiva o negativa, sui danni del nostro enorme debito. Queste condizioni sono figlie in parte di una politica precedente che ha forse sprecato troppo e senza concezione del lungo periodo, in parte invece di condizioni sociali e geo-politiche nuove come la nascita e lo sviluppo dell’Unione Europea. A tutto questo si aggiunga la fine dei partiti tradizionali spazzati via da “Mani Pulite” e la nascita di partiti nuovi che stanno ancora cercando la loro strada. Il risultato di tutti questi fattori è che abbiamo assistito dal ’92 ad oggi ad una totale destrutturazione dello stato e delle sue componenti, anche tramite la spesa pubblica, creando ulteriori enti inutili, strutture superflue e tagliando risorse e personale a comuni, province e regioni che avrebbero dovuto essere invece le mura portanti dell’amministrazione pubblica italiana. Molte sono state, nel corso di questo disastroso periodo, le ricette che la politica ha provato ad attuare per porre rimedio alle lacune del settore pubblico, riforme partorite sia dal centro-destra che dal centro-sinistra. Si ricorda la sciagurata riforma del 2001, portata avanti dall’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato, per ridisegnare il rapporto tra Stato centrale e Regioni, la quale invece ha ulteriormente complicato la situazione, creando molti conflitti di fronte alla Corte Costituzionale. Tacendo sui tentativi fatti dalle riforme del governo Berlusconi nel 2006 e dal governo Renzi nel 2016 per semplificare il sistema, le quali tuttavia sono state bocciate per via referendaria dopo l’iter parlamentare, aspettiamo i risultati dell’ennesima riforma della PA targata Marianna Madia per poter scrivere un nuovo capitolo nella storia infinita della Gazzetta Ufficiale.

 

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