Un Nuovo Ordine Mondiale?

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In seguito al referendum sulla Brexit ed alla vittoria di Donald Trump, i media planetari hanno iniziato a fornire le loro interpretazioni su entrambi gli eventi, giungendo alla conclusione di come essi rappresentino un più ampio fenomeno di reazione negativa alla globalizzazione. Seppur accattivante, si tratta di una decodifica ingannevole. Invero, nel Regno Unito e negli Usa la popolazione (o almeno, una parte significativa di essa) è alla ricerca di una semplificazione categoriale della complessità. Desiderano, ovvero, che i propri Stati tornino a perseguire il proprio interesse, principio che non costituisce intrinsecamente una violazione dei postulati del libero mercato globale post Guerra Fredda. Nella logica della “realpolitik”, l’interesse nazionale costituisce la base fondante della vita di un paese nel contesto internazionale; questo interesse, se ovviamente gestito adeguatamente, garantisce prosperità ed equilibrio, in quanto i limiti di ciascuno risultano manifesti. Per effettuare una contestualizzazione storica propedeutica a ciò, può essere citato l’esempio del Congresso di Vienna, quando le grandi potenze mondiali si sedettero intorno ad un tavolo per definire le regole della prima, vera governance globale. I nove membri del Congresso di Vienna diedero vita ad un equilibrio di poteri basato sugli interessi nazionali, il quale garantì all’Europa circa un secolo di pace, inframezzato sporadicamente da alcuni conflitti di entità circoscritta, ed una crescita economica e tecnologica poderosa. A tal proposito, ricordiamo la ratifica dell’accordo Cobden- Chevallier successivo a Vienna, a seguito del quale Inghilterra e Francia aprirono reciprocamente i propri mercati. 

Dunque, dopo l’incerto quarto di secolo che ci separa dalla fine del mondo bipolare, possiamo trovare delle analogie tra le situazione coeva e quella di 2 secoli or sono. Viviamo in una fase di guerra, ibrida e generalizzata, da sempre conditio sine qua non per un nuovo ordine globale, e le potenze consolidate hanno tra di loro notevoli differenze in termini d’influenza e capacità, esattamente come nel 1815. I paesi principali, se guidati da politici capaci, potrebbero trovare l’interesse comune su cui basare un “concerto mondiale”, che ristabilisca un equilibrio di potenza apportatore di governance. La storia e le più disparate teorie economiche ci dimostrano come respingere il commercio internazionale finisca col portare a risultati deleteri a lungo termine. La Cina, ironicamente uno dei principali beneficiari del mondo globalizzato, è un esempio lampante delle ripercussioni della chiusura dei confini: la Pax sinica ha dominato finché l’imperatore Hongxi non vietò i viaggi, portando ad una lunga stagnazione economica e tecnologica. Una situazione simile è quella che si sviluppa nella tarda Europa ottocentesca; infatti, nonostante il XIX secolo sia stato caratterizzato da un fortissimo sviluppo economico e tecnologico, è altresì vero che negli ultimi decenni del secolo vengono applicate politiche protezioniste e belliciste da parte di sovranisti moderni come Crispi e Bismarck. Politiche come queste hanno gettato i semi della prima guerra mondiale.   

Henry Kissinger, autore dell’apertura alla Cina negli anni di Nixon, oltre che eccelso diplomatico e da anni consulente per diverse realtà istituzionali cinesi, è stato più volte a colloquio con il neopresidente Usa Donald Trump negli ultimi mesi. Nonostante la maggioranza degli analisti abbia interpretato i suddetti incontri sulla base di una presunta vicinanza di pensiero “realpolitico” tra i due, è molto più probabile che Kissinger abbia suggerito a Trump una linea più morbida nei confronti di Pechino. La decisione di abbandonare il Tpp, accordo commerciale transoceanico avente lo scopo di contenere l’influenza cinese nella zona del Pacifico, va in tale direzione. Non dovrebbe stupirci se l’ex Segretario di Stato Usa e Premio Nobel per la Pace, ammiratore di Klemens von Metternich e Charles de Talleyrand, rientrasse a breve tra i sostenitori di un Congresso di Vienna 2.0. Gli Usa, la Cina, la Russia, la Gran Bretagna( la quale, nonostante la Brexit, rappresenta la guida dei paesi Commonwealth), il Giappone,la Turchia e l’Ue, potenze asimmetriche ma aventi interessi paralleli, rappresentano l’80% del Pil globale e si dividono le sfere d’influenza con il maggior numero di focolai di tensione, nell’ambiente geo-politico probabilmente più pericoloso dal 1938. Se  i leader di questi paesi proponessero un paradigma funzionalista, fondato su vantaggi reciproci e su un equilibrio parallelo di potenza economico-politica, che desse vita ad un nuovo assetto mondiale, potremmo evitare nei prossimi anni protezionismi e disgregazioni pericolose. Una governance concordata dalla maggioranza forte del pianeta dovrebbe essere basata su un equilibrio tra aree economiche, in quanto maggiormente omogenee al loro interno e geneticamente ben disposte agli scambi commerciali. Ciò imporrebbe ai rimanenti attori degli standard di comportamento e consentirebbe di traghettare il mondo dall’anarchia della guerra economico-finanziaria all’equilibrio tra macro-aree.  Il recente incontro tra Trump ed il premier britannico Theresa May, a tal proposito, è da leggersi come una rete di salvataggio per la Brexit. Seguirà un incontro tra il leader statunitense ed il russo Putin, al fine di far uscire la Russia dall’abbraccio con la Cina. Conseguentemente, l’Ue sarà costretta a trovare il suo destino, semplificando la propria strategia unionista che permetterà di semplificare lo scacchiere globale. Ci sono, dunque, tutte le premesse perché si gettino i semi di un nuovo ordine mondiale, a multipolarità differenziata.  

ANDREA MARROCCHESI

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