1992-2017: Ritorno al futuro?

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“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”. La saggezza popolare attribuisce questa affermazione ad Albert Einstein. Questo aforisma, forse coniato dal grande scienziato, è una metafora perfetta per descrivere il sistema politico italiano. Il nostro oceano partitico, infatti, curiosamente riesce sempre a trovare un nuovo equilibrio, nonostante le numerose tempeste. Un vero e proprio tsunami per il paese, però, è stato quel 1992. La Prima Repubblica, infatti, conosce la sua fine in quei 12 mesi. Il lancio delle monetine davanti all’Hotel Raphael, il pool di Di Pietro, Colombo e Davigo, Mario Chiesa e il Pio Albergo Trivulzio costituiscono una parte importante della memoria storica dell’Italia. I risultati clamorosi del referendum sul sistema di voto del 1993 e la “discesa in campo” nel gennaio del’94 di Berlusconi danno inizio alla Seconda Repubblica. Non fermiamoci a disquisire su quei tormentosi momenti, sulla delegittimazione politica dei partiti e sul ruolo della magistratura. Vivendo però una fase di transizione simile a quel periodo, dopo il clamoroso risultato del voto referendario del 4 Dicembre, cerchiamo di capire se e come il passato possa influenzare il futuro, analizzando il nostro attuale sistema elettorale.

Leggi elettorali: ritorna il grande Centro? 

A fine Gennaio la decisione della Corte Costituzionale sull’Italicum ha stabilito per la Camera un sistema elettorale di tipo proporzionale con premio di maggioranza. Se nessun partito riuscisse a raggiungere il 40%, in modo da far scattare il premio (ipotesi probabile, leggendo i sondaggi), allora i seggi della Camera dovrebbero essere divisi, proporzionalmente, tra i partiti che superino la soglia del 3% su base nazionale. Per il Senato, invece, l’attuale legge elettorale è il Consultellum, un sistema di tipo proporzionale puro con una soglia su base regionale dell’8% per partiti che si presentino da soli e del 3% per partiti in coalizione (che deve superare il 20%). Come nella prima repubblica, si presenta un sistema a base proporzionale con delle correzioni maggioritarie praticamente ininfluenti. La macchina difficilmente può garantire governabilità in questa mappa partitica ricca di scissioni a sinistra e di alleanze difficili a destra. I mezzi d’informazione sono concordi nel dire che il sistema elettorale non permette la certezza di un vincitore, alcuni però scommettono che in sede post-elettorale i partiti possano confluire in un grande Centro per formare un esecutivo di larghe intese. L’ipotesi quindi sarebbe una grande convergenza, in una fase nuova che ricorderebbe il governo Andreotti di solidarietà nazionale. Sconfessata la figura del leader forte, decisionista e carismatico, torneranno nelle segreterie dei partiti il pragmatismo e la tendenza al compromesso come ai tempi di Moro e di Berlinguer? La citazione di quest’ultimo non è casuale, fu proprio lui a “occidentalizzare” il PCI anti-sistema e a integrarlo nella maggioranza parlamentare dopo decenni di ostracismo subito. Era un periodo ovviamente diverso e più difficile  per la politica e per l’Italia che doveva affrontare gli “anni di piombo”, però, con un sistema proporzionale (de facto) puro. I partiti sedicenti sovranisti (quelli che i media definiscono populisti) e i partiti moderati potrebbero cercare il difficile accordo ottenendo tutti una piccola fetta della torta. Si rinnoverebbe quindi quella tendenza dei partiti antisistema a seguire le onde centripete dell’oceano politico come fecero comunisti e postfascisti anni fa. Non abbiamo però guardato l’altra faccia della medaglia. Se accadesse l’opposto? Esiste la possibilità che il nostro sistema di movimenti e partiti segua le onde centrifughe? Vi è la probabilità infatti che gli occupanti del centro politico, che oscillano tra il centro-destra ed il centro-sinistra (FI e PD) siano costretti a fare proposte sempre meno moderate e sempre più radicali per recuperare quelle fasce di elettori di diverso colore politico, che non credono più ai partiti tradizionali. Si verrebbe a ricreare un sistema politico che il grande politologo e professore emerito all’Università di Firenze Giovanni Sartori definiva “pluralismo polarizzato” ed allora la politica del compromesso sarebbe di fatto irrealizzabile. 

Queste quindi potrebbero essere le uscite del bivio “ingovernabilità”. E se qualcuno sosteneva che la storia fosse fatta da corsi e ricorsi e qualcun altro che si ripetesse due volte, allora la prossima legislatura potrebbe essere un grande revival degli anni’70. 

MARCO CRIMI

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